In estate la «Bohème» è così così

da Milano

Oh, c’è un avanzo, alla Scala: avanzo di stagione, con le recite restanti dopo uno sciopero dei dipendenti, schifiltosi verso uno stipendio che, paragonato con quelli della scuola o con i compensi dei musicisti fuori dai carrozzoni degli enti del teatro d’opera potrebbe farli felici, e insensibili ai diritti delle masse, cioè del pubblico; avanzo di produzione, perché è la gloriosa Bohème di Puccini nell’allestimento quarantacinquenne di Zeffirelli forse all’ultima apparizione, affidato al volonteroso giovane venezuelano Dudamel, entusiasta alla buona, che la riporta indietro ai tempi in cui dal podio si faceva fracasso nei fortissimi e quando si cambiava tempo non ci si portava sempre dietro tutta l’orchestra.
Peccato. In questi casi anche le premesse buone diventano un po’ inerti. I cantanti hanno paura a cantar piano, a fraseggiare con poesia. Il tenore Sartori, bella voce, altre volte molto espressiva, fisico rozzo che potrebbe però governare meglio, solfeggiava alla buona; Svetla Vassileva doveva far ricorso a tutta la sua meravigliosa intensità per trovare il fraseggio giusto, ed era splendida nell’ultimo atto; la stessa Nina Machadze, lucente perla delle giovani cantanti uscite dall’Accademia del teatro, pur facendo la sua bella figura, sembrava non avere riflettuto molto sulle precise indicazioni di Puccini nei livelli sonori e nei colori. Ma intanto diamo il benvenuto a Massimo Cavalletti fra i baritoni d'alto bordo: intenso, voce piena, parola servita a puntino: auguri di eccellente futuro.
Pubblico estivo, ho finto di abboccare a un bagarino che mi ha offerto un biglietto di platea a 400 euro, mica male. Tanto per dire come dev’esser l’opera di grande repertorio ad avere la maggiore presenza alla Scala. Anche perché non fa cultura meno dell’altra, e risponde alle maggiori attese. Sempre che poi le recite ci siano.