Numeri, colori o fiori. Tutti i simboli delle rivolte

Per i Fratelli musulmani èil "4", la cui pronuncia in arabo evoca il nome di Rabaa, la piazza della strage. Nei movimenti ribelli il «logo»èsempre più importante

Chi non è morto o ferito, chi non è in galera o latitante rincomincia da «arbaah», da quattro.
Quattro dita alzate al cielo. Quattro dita simbolo della strage, ma anche della determinazione a lottare. Arbaah, quattro in arabo, è anche l'anagramma di Rabaah, la piazza dove mercoledì 14 agosto centinaia di militanti della Fratellanza Musulmana cadono negli scontri con l'esercito. Da mercoledì quel luogo ha preso il posto di Piazza Tahrir nei cuori di chi continua a credere alla Fratellanza, al deposto presidente Morsi e all'ormai impopolare messaggio integralista. E così quell'anagramma, quel numero, quelle quattro dita, socchiuse furtivamente o esibite spavaldamente, sono la nuova icona dell'intifada fondamentalista.

Un piccolo gesto, un anagramma banale, una cifra senza significati esoterici, ma essenziale - come ogni simbolo - per restituire identità, ricostituire il senso di appartenenza, trasmettere voglia e capacità di lottare. Il primo a capirlo è l'imperatore Costantino pronto a giurare di aver visto disegnate in cielo la croce cristiana e la scritta «in hoc signo vinces», prima della battaglia di Ponte Milvio. Di un segno continuano ad aver bisogno, 17 secoli dopo, rivoluzionari e militanti, condottieri e ribelli. Se in Egitto ora regna la legge del quattro, in Birmania dissidenti e seguaci di Aung San Suu Kyi hanno creduto per 25 anni alla magia del quadruplo 8, di quella data dell'8 agosto 1988 ricordata come l'inizio della sollevazione contro la dittatura militare. Allora il simbolismo dell'8.8.88 contribuisce non solo a preoccupare il dittatore Ne Win, abituato a circondarsi da aruspici e fattucchiere, ma anche a regalare ai dissidenti la convinzione di appartenere ad una generazione dell'88 capace di sollevarsi contro gli oppressori.

Dodici anni dopo le folle serbe esasperate da Slobodan Milosevic e dalla sconfitta del Kosovo non guardano all'evanescente cabala dei numeri, ma alla sorda rabbia dell'operaio Ljubisav Lukic pronto a salire su una ruspa e guidare la marcia verso il palazzo presidenziale dell'ottobre 2000. La ruspa del signor Lukic diventa così il simbolo dell'esasperazione serba, della voglia di farla finita con un presidente considerato un tempo il salvatore della patria.
Ma i nuovi simboli nascono anche dalla rimozione di quelli passati. Succede a Timisoara, la città rumena dove nel Natale '89 scoppia la rivolta contro Nicolae Ceausescu. Lì l'emblema della «rivoluzione» è la bandiera bucata, la bandiera con i colori nazionali da cui i rivoltosi ritagliano l'odiato simbolo del partito comunista. La incontri ai posti di frontiera caduti sotto il controllo dei rivoltosi, la ritrovi ad ogni barricata, la vedi sventolare sul palazzo dell'Opera, sede del comitato rivoluzionario di Timisoara. Sedici anni prima un colore, il giallo, accende invece la voglia di libertà dei filippini. Tutto inizia nell'agosto 1983 quando la popolazione annoda migliaia di nastrini gialli ai lati delle strade per salutare il ritorno di Benigno Aquino, un senatore dissidente deciso a rientrare dall'esilio e sfidare il dittatore Marcos. Aquino manco li vede perché un cecchino del regime lo assassina non appena sbarcato all'aeroporto di Manila. Quei nastrini gialli diventano il simbolo della protesta pacifica guidata dalla vedova Corazon Aquino, che nel febbraio 1986 vince le elezioni presidenziali e mette fine alla dittatura.
Da quel momento rivoluzioni e rivolte diventano un arcobaleno. Nell'autunno 2004 l'arancione delle foglie d'ippocastano ammonticchiate ai bordi delle strade di Kiev diventa il colore della rivolta ucraina. Ad accenderla il 21 novembre, al termine del voto presidenziale, è lo sfidante Viktor Yushcenko denunciando i brogli, contestando la vittoria di Viktor Yanukovic, delfino dell'ex presidente Leonid Kuchma, e chiedendo ai suoi di scendere nelle strade fino alla ripetizione delle consultazioni. Da quel momento sciarpe, nastrini e foulard arancioni colorano l'inesauribile, ma pacifica mobilitazione di piazza che spinge la Corte Suprema a invalidare il risultato e fissare le nuove elezioni vinte, alla fine, da Jushcenko.

Cinque anni dopo un altro colore, il verde, diventa l'emblema dell'indignazione dei manifestanti di Teheran convinti che la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad sia frutto di una frode. Ma quel verde, bandiera dell'islam, si mescola al rosso del sangue di Neda Soltani, una ragazza centrata da un cecchino delle milizie pro governative dei Basiji mentre attraversa una strada occupata dai dimostranti. Nada, vittima innocente, diventa la nuova icona della rivolta, la tragica impersonificazione della spietata repressione con cui Teheran cerca di spegnere la protesta popolare.
Due anni dopo a Sidi Bouzid, nel cuore della Tunisia profonda, s'accende una rivoluzione segnata da un volto e da un fiore. Il volto è quello di Mohammed Bouazizi, un giovane venditore ambulante pronto a sacrificarsi con il fuoco pur di non subire più le angherie di chi continua a multare il carretto di verdure senza licenze con cui si guadagna da vivere. Il fiore è il gelsomino, icona di una rivoluzione capace di fiorire dalla periferia di Sidi Bouzid fino al cuore di Tunisi mettendo in fuga il presidente Ben Alì e contagiando - in una sorta d'immaginifica primavera - le piazze dell'Egitto e degli altri Paesi arabi.