Amazon compra il Post? È la rivincita della carta

La cosa più divertente l'ha scritta (su internet) il sito di Salon: «L'iceberg ha appena soccorso il Titanic». Ed essendo noi, cari lettori, considerati quelli che da un po' di tempo stanno a ballare con l'orchestrina, la cosa non può che farci piacere. Sempre che l'iceberg, naturalmente, non sia poi davvero così spigoloso. Però insomma, dopo anni in cui sentiamo ripetere che la carta stampata è destinata a morte certa, è arrivato il giorno della rivincita. Per un giorno magari, ma sempre di rivincita si tratta.
Jeff Bezos infatti è la cosa vivente più vicina a Steve Jobs che il mondo della tecnologia abbia prodotto: ha fondato Amazon nel 1994 - così com'era nata Apple una ventina di anni prima - in un garage di una casa americana (a Bellevue, stato di Washington, dall'altra dell'America rispetto a Washington capitale) da dove venivano spediti in giro libri senza passare dai negozi. Una follia, allora che oggi si è tradotta in un'azienda da miliardi di dollari che ha trasformato quel piccolo business nel più grande sito mondiale di shopping digitale. E che ancora oggi però dopo aver lanciato l'era del Kindle, ovvero il lettore di ebook che ha cambiato il modo di leggere a milioni di persone, fa molta parte del suo business vendendo libri. E libri di carta.
Qui insomma sta il punto: se un giorno Jeff Bezos si alza la mattina e tira fuori di tasca sua 250 milioni di dollari - che poi per intenderci sarebbe l'1% del suo patrimonio - per comprarsi il Washington Post e riviste collegate (divertente la copertina del quotidiano Express che ha titolato trionfante «Bezos ci ha comprati! Ops, anche il Post...»), noi della carta riprendiamo a ballare sperando che il Titanic non sia così ammaccato. Perché insomma trattasi di un'operazione di rilancio di un giornale storico, ultimamente un po' male in arnese dopo 80 anni di gestione della famiglia Graham, travolto dall'arrivo di un'era in cui alla tradizione vanno sostituite le invenzioni e alle notizie vanno anteposte le idee. Per cui tranquilli, come ha scritto Jeff nella sua lettera di presentazione ai dipendenti: «Per ora non cambierà nulla, anche perché i padroni del giornale sono e restano i lettori e non gli interessi privati del suo proprietario. Tornare in alto non sarà facile, dovremo sperimentare nuove vie di informazione, ma il giornalismo ha ancora un fondamentale ruolo critico nella società e il Post continuerà ad averlo».
E dunque, appunto: qual è il giornalismo di Bezos? Forse lo stesso di Bob Woodward (che ha «benedetto» l'operazione dicendo che in fondo Jeff «non è mica Murdoch») e Carl Bernstein, i due del Washington che fecero scoppiare lo scandalo Watergate costringendo Richard Nixon a dimettersi da presidente degli Stati Uniti. E probabilmente anche quello di Eugene Meyer, il nonno dell'attuale presidente e amministratore delegato Donald Graham, che acquistò il giornale nel 1933 durante la Grande Depressione. Un po' come oggi, nel pieno della Grande Depressione della carta stampata il cui i bilanci del Post, colpiti dall'iceberg internet, sono affondati. Poi, sicuramente, il giornalismo di Bezos passerà per i suoi lettori digitali e tablet, in una sinergia sempre più necessaria per sopravvivere. E considerato che sui Kindle quel che manca è proprio una sezione importante di news, in questo caso è proprio l'iceberg che chiede aiuto al Titanic.
Però, alla fine, il punto è che Jeff Bezos, lo stesso visionario che pochi mesi fa vaticinava la fine della stampa dei quotidiani nell'arco di 20 anni, oggi è diventato un'editore di carta, perché, come disse un giorno, «in fondo Dio non ha creato la parola perché venisse scritta su un albero morto». Ecco, noi che anche oggi siamo nelle vostre mani, ringraziamo Dio. E un pochino, diciamolo, pure Jeff Bezos.