Il carcere distrutto dal tifone E i detenuti lo ricostruiscono

L'uragano che devastò le Filippine libera i prigionieri del penitenziario di Leyte. Ma loro preferiscono non fuggire: "Qui non ci manca nulla"

Si stava meglio quando si stava peggio, e allora meglio tornare a stare peggio, perché le possibilità ci sono tutte. Un pensiero forse contorto, ma è quanto balenato nella mente dei 583 prigionieri del carcere di Leyte, villaggio delle Filippine che sorge ai piedi di una montagna a una decina di chilometri da Tacloban, raso al suolo durante il devastante passaggio dell'uragano Haiyan.
D'improvviso il piccolo esercito di condannati si è trovato nell'inattesa condizione di libertà, ma dopo aver fatto visita ai parenti, e aver sepolto quelli deceduti, ha fatto ritorno a Leyte bussando alla porta di un carcere diroccato. «Bussare forse è un termine un po' temerario, non c'era neppure più il portone, ma come per incanto tutti assieme, compreso il direttore, siamo riusciti nello spazio di poche settimane a rimettere in piedi il penitenziario». Per tornare in cella. Ed è questo forse l'aspetto più incredibile di tutta la storia raccontata dall'82enne Alberto Encina, che sta scontando l'ergastolo per due omicidi commessi circa vent'anni fa. «Sono innocente. L'ho spiegato fin dall'inizio. Non mi hanno voluto credere. Da queste parti permettersi un avvocato è un lusso per pochi. Quello che mi è stato assegnato si presentò in tribunale ubriaco». Un po' di storia, forse mescolata a un pizzico di leggenda nelle parole di Encina, ma ciò che è davvero inconfutabile è la sua situazione di prigioniero permanente, rimasta immutata anche quando c'era la possibilità di darsi alla fuga senza correre il rischio di essere braccato dalle forze di sicurezza. «Le Filippine sono un paese molto povero - ricorda - per queste ragioni rimanere in una cella, potendo consumare tre pasti decenti al giorno, e usufruire di qualche attività ricreativa, diventa un privilegio per pochi eletti». Si tratta del bizzarro «all inclusive» di cui usufruiscono i 476 condannati, tra i quali anche sette donne, che a Leyte hanno deciso di fissare, giustizia a parte, la loro fissa dimora. «Di quelli che mancano all'appello sappiamo che 15 sono morti travolti dall'uragano durante la fuga - commenta George Gaditano, direttore del carcere - quando è accaduto l'imponderabile non ci poteva essere distinzione tra galeotti e guardie. Il terribile evento atmosferico ci ha resi tutti uguali, con il medesimo desiderio di salvarci». Gaditano non ha neppure fatto in tempo ad avvisare i suoi superiori e il ministero degli interni della fuga forzata. I detenuti sono rientrati di loro spontanea volontà nel giro di pochissimi giorni. «Non sono rimasto sorpreso più del dovuto. Le condizioni di accoglienza del nostro carcere sono del tutto umane». Lo conferma anche Alphinor Serrano, 36 anni, originario della vicina Tacloban, agli arresti per reiterati furti di automobili. Con grande orgoglio mostra una collezione del Reader's Digest e ricorda che «prima di entrare a Leyte non sapevo né leggere e neppure scrivere. Grazie ai libri della biblioteca oggi non sono più analfabeta, e neppure un ladro d'auto». Dovrà rimanere a Leyte ancora per un paio d'anni, ma in cuor suo forse davvero vorrebbe restarci per altro tempo. I racconti si intrecciano e si sovrappongono, mentre gli «ospiti» di Leyte sono quasi tutti alle prese con l'allestimento per la festa di Capodanno. I giornali locali hanno rivelato nei giorni scorsi che il 95% della documentazione processuale dei detenuti è andata distrutta durante l'uragano e che, senza uno straccio di prova scritta, chiunque di loro potrebbe chiedere in qualsiasi momento di abbandonare il penitenziario. I carcerati lo sanno bene, ma fanno finta di nulla e c'è persino chi, come l'arzillo Encina, trova l'ennesima giustificazione pur di rimanere dietro le sbarre. «Dopo tutto il lavoro che abbiamo svolto per rimettere in piedi Leyte sarebbe davvero un'ingiustizia doversene andare».

Commenti
Ritratto di franco-a-trier_DE

franco-a-trier_DE

Sab, 28/12/2013 - 18:58

sono carcerati onesti come quelli italiani bravi.