Un collaboratore di Zuckerberg in una mail: «Siamo forti perché ricchi»

Steve Jobs, il guru della Apple, si presentava con un anonimo dolcevita nero, come un ragioniere. Zuckerberg, il giovane patron di Facebook, indossa di preferenza una felpa stile college, o una maglietta color foglie morte, come un qualsiasi manovratore di carrello elevatore ai magazzini della Rinascente. Il travestimento da comune mortale, per certi miliardari - in dollari, o milionari in euro, vedi Marchionne - è un vezzo irrinunciabile. Però siccome avere un mucchio di soldi non vuol dire essere anche un signore, e anzi è più facile che la natura di «pervenuto» del de cuius ne risulti più incresciosamente evidente, come già sapeva l'ingegner Gadda, eccoci ora di fronte a questa simpatica conferma, però col suo risvolto inquietante, che arriva d'oltre Atlantico.
Il protagonista è lui, Zuckerberg, quello che sembra sempre un eterno studente fuori corso e nasconde invece (nasconde?) un piglio da mangusta quando nell'aria risuona la magica parola business. Lui, Zuckerberg, e quella lobby dell'industria tecnologica, gli happy few della Silicon Valley, alla quale il giovanotto - animato da fini umanitari, mancherebbe - intendeva dar vita in seno al Congresso. E che ora, dopo il passo falso del suo braccio destro Joe Green, che in una mail destinata a restare riservata usa un linguaggio da padrone delle ferriere del primo Novecento («siamo una forza politica perché controlliamo i canali di distribuzione, e poi siamo ricchi a livello personale»); dopo questo passo falso, si diceva, dovrà acconciarsi a vedere rinviata la concretizzazione del suo delirio di onnipotenza.
Ora, che uno dei capataz di internet riveli con un ghigno quel che già sappiamo, e cioè l'enorme potere di condizionamento di chi manovra la «rete», è già inquietante di suo. Ma che uno così, un drago del web, si riveli così fesso, così sprovveduto, da farsi intercettare una mail dal primo cronista che passa, preoccupa forse ancora di più. L'annuncio della nascita del gruppo di pressione sul Congresso Usa, il cui nome probabile sarà Human Capital, era stato fatto dallo stesso fondatore di Facebook a fine marzo. Insieme ad altri imprenditori del mondo hi-tech Zuckerberg avrebbe cercato di coinvolgere tutto il settore per far sentire la propria voce a Washington. Però, invece di chiamare il gruppo col nome che merita, ovvero lobby, Zuckerberg ha addolcito la pillola per i media, parlando di political advocacy. Non difesa dei propri interessi, cioè, ma difesa delle categorie meno rappresentate e meno protette. Per esempio? Mah, eccone una, scelta assolutamente a caso, ovvio, dice Zuckerberg: quella degli ingegneri stranieri nei campus della Silicon Valley, di cui ci sarebbe gran bisogno, ma che sono penalizzati da una politica dell'immigrazione troppo restrittiva.
Ed eccoci a Joe Green, alter ego di Zuckerberg. Con una mail, diretta ai leader dell'industria hi-tech e intercettata da Politico, Green si comporta come un pescecane, ma con qualcosa dell'allocco, nel dna. Dice che Bill Gates e Marc Andreessen (sviluppatore di Netscape e investitore della Silicon Valley) sono della partita, e invece i due sono caduti dal pero. Poi, ecco l'arrogante insolenza di uno che per invogliare gli altri padroni del vapore californiano a fare comunella elenca questi tre motivi: «Intanto perché siamo una forza politica, perché controlliamo i canali di distribuzione di massa»; «perché siamo popolari tra gli americani»; «perché siamo ricchi anche a livello personale». Sputtanato alla grande, Green si è scusato. Ma la sensazione che una o più media company si mettano d'accordo per manipolare l'opinione pubblica non è bella per niente, vero?