Letta, dì la verità le tue palle sono fatte di gas

È una scelta che rivendico». Così Enrico Letta, nel papiello sul Corsera col quale espone - scagionandosi - i motivi che l'hanno indotto ad essere presente all'apertura dei giochi olimpici di Sochi. Rivendicarla, addirittura. Tutto questo petto in fuori per un atto pressoché dovuto e in ogni modo consuetudinario. Che Letta sia incline alla retorica e ad ingigantire nel merito ogni cosa che fa (e che in maggior misura non fa, ma annuncia di voler fare) è un fatto. Dell'impegno a porsi poi come uomo d'azione, decisionista e con attributi d'acciaio, non ne parliamo. Però nell'una e nell'altra delle sue debolezza questa volta ha davvero esagerato. Sarò lì, scriveva, perché i nostri atleti «sono portatori dei valori che la nostra bandiera in sé compendia. La libertà, l'eguaglianza e la condanna di ogni forma di discriminazione». Sarò lì, continuava, perché ci sarà anche Ban Ki-moon «che senz'altro non può essere tacciato di mollezza nella causa universale di difesa dei diritti». Sarò lì, proseguiva, «per esprimere la nostra concezione di libertà, di comunità, di rispetto per l'altro». Sarò lì, concludeva, «perché è indispensabile guadagnare credibilità». Insomma, l'excusatio non petita tutta lì ruotava, nell'essere andato a Sochi non per altro, ma «per manifestare più esplicitamente il dissenso del nostro governo - già peraltro inequivocabile - rispetto alle discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali». Ciò gli è sembrato più giusto, più cool, più politicamente corretto (e moltissimamente più ipocrita, ma d'altronde quella è la correttezza politica) che riconoscere d'aver fatto la trasferta per atto di istituzionale cortesia non solo nei confronti dei nostri atleti «che sfilano dietro il tricolore», ma anche, ma sopra tutto, di un padrone di casa che è partner economico privilegiato dell'Italia e dal quale l'Italia dipende per gran parte della fornitura energetica. E poco importa se le riserve di gas russo giacciono sotto i piedi di «persone omosessuali» discriminate. Perché nel sentire comune, anche di Enrico Letta petto-in-fuori, anche di quello dei paladini dei diritti gay, quel che conta è che d'inverno i nostri termosifoni siano ben caldi.