Alla corte di Elisabetta 350 lavoratori precari

Un esercito di 350 lavoratori, assunti a tempo determinato nello staff extra per la stagione estiva a Buckingam Palace, nella catena Cineworld e nel complesso museale della Tate Gallery (Tate Modern, Tate Britain, Tate Liverpool e Tate St.Ives). Mansioni: accoglienza ai turisti, vendita negli shop delle gallerie, addetti al catering dei bar, sorveglianza nelle aree museali.
Detta così sarebbe una buona notizia, se non fosse che, come ha denunciato il Guardian, l'assunzione avviene con le condizioni peggiori, quelle previste dai molto discussi «zero-hours contracts»: il dipendente deve essere sempre disponibile, ma viene chiamato solo in caso di bisogno. Nell'attesa, se vuole accettare altri impieghi deve chiedere prima un permesso scritto. E anche se viene chiamato ha diritto al salario minimo nazionale, naturalmente solo per le ore di servizio effettivo. Con il rischio di restare a disposizione per un mese intero senza, arrivati all'ultimo giorno del calendario, vedersi pagare nemmeno un penny.
Scrive il Guardian che questo tipo di contratto è applicato dalla Royal Collection Enterprises Limited, la società che gestisce Buckingam Palace, dal 2009. Un portavoce della casa reale ha smentito che si tratti dei famigerati «zero-hours contracts», sostenendo che sono contratti «a tempo determinato da tre o quattro mesi» e adducendo come prova la presenza, per gli assunti, di alcuni benefit come l'accesso alla mensa, le uniformi, la programmazione di turni per il mese successivo, la maturazione di ferie.
Eppure qualcosa non torna, se questa vicenda ha scatenato anche l'intervento del vice primo ministro Nick Clegg, che due giorni fa ha annunciato l'apertura di un'indagine sulla diffusione dei «zero-hours contracts». L'ufficio nazionale di statistica britannico stima che siano circa 200mila, ma, scrive il Guardian, «gli esperti sono convinti che il numero effettivo sia di gran lunga più alto».
Anche i sindacati, che da tempo puntano il dito contro questa forma contrattuale, sono tornati sul piede di guerra. Il segretario generale di Unison Union, Dave Prentis, chiede che siano dichiarati completamente illegali perché, dice, «riportano l'orologio indietro, ai tempi in cui la gente stava fuori dai cancelli delle fabbriche in attesa di essere chiamata per la giornata di lavoro».
La catena Cineworld, con ottanta sale sparse nel Regno Unito, usa questo tipo di accordo solo per i suoi dipendenti part-time. Si tratta, secondo il Guardian, di 4500 persone. Che però rappresentano l'ottanta per cento del totale del personale. Mentre un portavoce della Tate conferma al quotidiano inglese che nel circuito della Tate «vengono utilizzati solo contratti a zero ore», ma, mette nero su bianco il Guardian, «si rifiuta di dire altro».
L'immagine della casa reale non ne esce bene. Ad aggravarla ci si mette anche la vicenda di Badar Azim, il valletto indiano che aveva esposto l'annuncio della nascita del royal baby sul piedistallo di fronte alla residenza della Regina: l'Home Office non gli ha rinnovato il permesso di soggiorno, per cui è stato costretto a tornare in patria. I giornali britannici ne hanno parlato molto. Una brutta gatta da pelare per i Windsor.
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