A Damasco due italiani presi dai ribelli

Due italiani, un piemontese e un laziale sono stati «fermati» dai ribelli che vogliono buttar giù il presidente Bashar al Assad. Fonti attendibili lo confermano al Giornale spiegando che non si tratterebbe di un rapimento vero e proprio. In pratica li avrebbero presi nel caos siriano gli oppositori in armi di Assad, che ci vedono come un paese amico. I due italiani lavoravano alla costruzione di una centrale elettrica e sono spariti nelle vicinanze dell'aeroporto di Damasco mercoledì. Erano partiti da soli, poco prima della colonna di connazionali che stava evacuando, con una mini scorta che evidentemente non è servita. Nello stesso giorno in cui i ribelli hanno eliminato con un clamoroso attentato nella capitale il ministro della Difesa e altri pezzi grossi dell'intelligence siriana.
La notizia è trapelata solo ieri. «Stavano cercando di rientrare in Italia con un aereo da Damasco via Beirut - spiega un anonimo amico degli scomparsi che ha telefonato al Secolo XIX, quotidiano di Genova -. Viaggiavano con altri colleghi. La loro auto è stata bloccata sulla strada per l'aeroporto da un gruppo di uomini armati».
Secondo la fonte si trattava di «ribelli», che nei primi giorni della settimana, durante la battaglia per Damasco, erano stati segnalati a due chilometri dall'aeroporto. Secondo fonti dell'opposizione sarebbero anche riusciti a tagliare, per poco tempo, la strada che porta allo scalo. «Arrivati all'aeroporto ci siamo accorti che mancavano due di noi. Pensavamo che avessero preso un'altra strada e speravamo di incontrarli più tardi, magari a Beirut, ma di loro non abbiamo più saputo niente», ha raccontato il sopravvissuto al quotidiano di Genova. Gli italiani giunti in salvo, 18 su 20, lavoravano come gli scomparsi alla costruzione di una centrale elettrica a Deir Ali, 110 chilometri a sud ovest dell'aeroporto di Damasco. Una commessa di Ansaldo energia. I due scomparsi, però, sono dipendenti di una ditta subappaltatrice.
La Farnesina conferma per i due connazionali «un fermo dai contorni poco chiari». L'ambasciata italiana a Beirut, dopo il ritiro del nostro rappresentante diplomatico a Damasco, sta cercando ci capire cosa sia successo. Difficile che i due siano stati fermati da forze regolari, polizia o esercito, perché il governo siriano lo avrebbe già comunicato.
Il Giornale, con una cartina che pubblichiamo, ha ricostruito le aree dei combattimenti dell'ultima settimana a Damasco, che si sono concentrati soprattutto nella zona meridionale della capitale. Sia che la colonna fosse partita dal centro della città, o direttamente da Deir Ali ha lambito le zone dove gli scontri sono più aspri. Dopo la sparizione degli italiani si è continuato a combattere nei quartieri e sobborghi di Midane, Tadamon, Jobar e Kafar Susse. Secondo i ribelli si tratta dell'operazione Vulcano.
Nelle stesse ore l'arcivescovo maronita di Damasco, Sami Nassar, lanciava l'allarme sequestri, non sempre e solo politici. «Al di là delle divisioni politiche, la disoccupazione e l'insicurezza prolungate hanno favorito il fenomeno terribile di persone rapite a scopo di estorsione - spiegava il monsignore all'agenzia Fides -. Spesso vengono sequestrate all'uscita di scuola o in fabbrica, e sono figli o padri di famiglia. Dovreste vedere il panico e l'ansia delle famiglie che lottano per raccogliere da parenti, amici e parrocchie una somma di denaro sufficiente per salvare un figlio o un fratello rapito. Questa pratica orribile paralizza la vita sociale».
Da 48 ore si combatte aspramente ad Aleppo, la grande città abitata da molti cristiani. I valichi al confine con l'Irak e la Turchia finiscono in mano ai ribelli, poi vengono riconquistati e persi di nuovo. Notizie incontrollate parlano dell'utilizzo di armi chimiche da parte dei governativi. Altri due generali hanno disertato aggiungendosi ai ventidue che avevano già abbandonato Assad ingrossando le fila dell'Esercito libero siriano, che combatte anche a Damasco.
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