Il dittatore riappare in tv ma Damasco è in fiamme Asma forse già a Mosca

Il giorno dopo l'esplosione che ha ucciso vertici degli apparati di sicurezza del regime, il presidente siriano Bashar El Assad non è apparso in pubblico e non ha parlato alla nazione per molte ore. In seguito a un colpo così duro contro il suo potere, in molti in Siria e all'estero si sarebbero aspettati una sua immediata comparsa in pubblico, per rassicurare il Paese. Soltanto in serata, invece, la tv di Stato, dando la notizia della presenza del leader al giuramento del nuovo responsabile alla Difesa, Fahad Al Freij, ha trasmesso immagini di Assad assieme al ministro, senza specificare dove abbia avuto luogo la cerimonia.
Nell'attentato di mercoledì sono morti tre dei suoi più stretti collaboratori, tra i quali il suo stesso cognato, Asef Shawkat, uomo forte del regime, architetto della repressione. Tra le vittime anche Daoud Rajha, ministro della Difesa, e un assistente alla vice presidenza, Hassan Turkmani. Il regime ha accusato «agenzie di intelligence» straniere dell'attentato, rivendicato dalle forze ribelli. Restano ancora poco chiare le dinamiche dell'azione.
Il silenzio di Assad ha fatto sorgere speculazioni sulle sue sorti e su quelle della moglie Asma. Poche ore dopo l'attentato, a Damasco e sul web sono circolate voci non confermate sulla fuga del rais dal palazzo, proprio mentre molti leader mondiali si chiedevano se il presidente avesse perso completamente il controllo della Siria. Per alcuni, Assad sarebbe scappato verso la cittadina costiera di Latakia; o si troverebbe lì da giorni; la moglie, scrive il quotidiano arabo Al Quds Al Araby, sarebbe partita a bordo dell'aereo presidenziale per Mosca. Il Cremlino nega l'arrivo della signora Asma e qualsiasi piano di accoglienza del rais e della sua famiglia. L'ambasciatore siriano in Russia, Riyad Haddad, ha detto che gli Assad sarebbero ancora a Damasco, come spiega anche all'Afp uno «stretto collaboratore» del presidente, secondo il quale il leader si troverebbe a palazzo. A pochi chilometri da quelle stanze, intanto, aumenta l'intensità dei combattimenti. In Siria ieri sarebbero morte 77 persone, 13 delle quali nella capitale, secondo i calcoli di un gruppo anti-regime, i Comitati Locali di Coordinamento. Testimoni raccontano che la battaglia continua in quartieri a Sud del centro della capitale, Midan e Tadamon, e al Nord, nei sobborghi di Qabun, dove secondo gli attivisti le forze del regime avrebbero usato elicotteri per bombardare le postazioni dell'Esercito libero siriano. Le strade delle zone in cui si combatte sono deserte, i negozi sono serrati e centinia di residenti stanno abbandonando le loro case per trovare rifugio in aree più sicure. Fonti dei ribelli hanno annunciato che le loro forze sarebbero in controllo di un varco di frontiera con la Turchia.
Il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-Moon e l'inviato di Onu e Lega araba per la Siria, Kofi Annan, hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza di prendere una posizione forte per fermare la crisi. Ieri, il veto di Cina e Russia a una nuova risoluzione per imporre nuove sanzioni a Damasco - il terzo in nove mesi - ha però ancora una volta provato le divisioni della comunità internazionale. «La grande preoccupazione» è che il nuovo veto «crei nel regime la sensazione che la protezione che ritiene di avere da alcuni membri permanenti sia efficace», ha detto il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi. La Casa Bianca ha parlato di posizione «depolorevole». Per Parigi, il veto di Pechino e Mosca mette a rischio la missione di pace guidata da Annan. «La popolazione sta morendo e Russia e Cina continuano a esitare», ha dettoil capo della diplomazia tedesca, Guido Westerwelle, chiedendo ai due governi di assumersi le proprie responsabilità. Bruxelles intanto prepara un nuovo pacchetto di sanzioni che sarà presentato lunedì.
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