Due italiani rapiti in Libia. Ora si grida all'imprudenza

Francesco Scalise e Luciano Gallo sono operai di un'impresa calabrese che costruisce una strada in una delle regioni più pericolose del Paese

Stavolta prima della preoccupazione affiora la perplessità. Chiunque conosca Derna, chiunque sia passato da questa roccaforte integralista nel cuore della Cirenaica non si chiede come mai i due operai edili calabresi, Francesco Scalise e Luciano Gallo, siano scomparsi, ma come la loro ditta pensasse di garantirne l'incolumità. Anche perché, come fanno capire al Giornale fonti della nostra diplomazia, la General Word, la compagnia edile per cui lavoravano, è una piccola azienda non in grado di permettersi le costose procedure di sicurezza richieste in una zona rischiosa come Derna. E ancor più inquietante, stando a quanto suggeriscono al Giornale altre fonti della Farnesina, è la mancanza di contatti che ha preceduto l'incidente. La General World, insomma, avrebbe operato a Derna senza mantenere quei rapporti con l'ambasciata di Tripoli e il consolato di Bengasi fondamentali per valutare la situazione nella zona. Ora il principale timore è che i due siano nelle mani di uno dei gruppi legati al terrore islamista attivi a Derna e dintorni. Un timore confermato dalla testimonianza dell'autista del furgone aziendale su cui viaggiavano, venerdì mattina, i due operai. Secondo l'uomo i due sono stati rapiti da un gruppo armato che li ha costretti a scendere dal mezzo nei pressi del villaggio di Martuba, tra le città di Derna e Tobruk. La scomparsa di Francesco Scalise, 62 anni, e Paolo Gallo, 48, è stata denunciata all'ambasciata italiana di Tripoli dal fratello di Scalise, anche lui in Libia per lavoro. «Stiamo facendo tutti gli accertamenti possibili per chiarire la situazione, ma da quelle parti la situazione è molto difficile - fa notare il console italiano a Bengasi Federico Ciattagli - molte aziende hanno fatto la scelta coraggiosa di operare in quella zona, ma la Cirenaica è ad alto rischio».

Realizzare che la situazione a Derna non fosse tranquilla non era difficile. Nella città diventata – secondo le testimonianze dei suoi stessi abitanti - «il quartier generale di Al Qaida in Libia» gli assassinii e gli attentati non si contano più. A Derna il 15 gennaio è stato ucciso Amer Saad Abdel, dirigente moderato di quel comitato del 17 febbraio responsabile delle prime rivolte anti Gheddafi. E nei mesi precedenti ci hanno lasciato le penne in una serie ininterrotta di spietate esecuzioni l'ex segretario locale del partito di Gheddafi Ali Al-Sharie, il colonnello dell'Aviazione Fathi El-Emami, il capo del dipartimento investigativo anti crimine Saad Abdulrazaq Bu Dahab Al-Mansouri e, il 20 dicembre scorso, il capo dell'intelligence militare di Bengasi colonnello Fathallah Al-Gazeeri. Dietro questa catena di violenze c'è Ansar Al Sharia, il gruppo qaidista responsabile dell'uccisione a Bengasi l'11 settembre 2012 dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens. La presenza a Derna dell'organizzazione è ormai pubblica e manifesta. Una settimana fa il gruppo ha pubblicato su internet un filmato e una raccolta di foto per documentare la distribuzione alla popolazione di pacchi dono in occasione della festa del Sacrificio dello scorso ottobre. Alla testa dei fanatici di Ansar al Sharia di Derna c'è Abu Sufian Bin Qumu, un ex prigioniero di Guantanamo originario della città meglio conosciuto come l'ex autista di Osama bin Laden. Rientrato a Derna nel 2007 dopo la liberazione dal campo di prigionia americano, Abu Sufian ha guidato l'insurrezione antigheddafiana del 2011 e si è poi trasformato nello stratega locale di Ansar Al Sharia partecipando all'operazione culminata con l'assalto al consolato di Bengasi e l'uccisione dell'ambasciatore statunitense. Ma i legami tra Derna e Al Qaida hanno radici profonde e antiche. Qui nel 1994 la cellula libica di Al Qaida mise a segno un attentato che per poco non costò la vita a Gheddafi. E nel 2006 da questa cittadina di 80mila abitanti partirono, secondo i documenti ritrovati nella base di Al Qaida di Sinjar in Iraq, ben 53 volontari pronti a trasformarsi in kamikaze nella lotta contro gli americani. Più di quanti ne siano mai partiti da qualsiasi altra metropoli islamica o mediorientale.

Commenti
Ritratto di Ausonio

Ausonio

Dom, 19/01/2014 - 09:27

Grazie alle mezze cartucce inglesi e francesi.

linoalo1

Dom, 19/01/2014 - 10:08

Una cosa è certa!Tutti i gueriglieri del Medio Oriente,sanno che ,se vogliono soldi,bisogna sequestrare solo Italiani!Perchè?Perchè sanno che gli Italiani pagano sempre!O,forse,mi sbaglio?Lino.

Ritratto di serjoe

serjoe

Dom, 19/01/2014 - 10:38

l business dei rapimenti....e' un "lavoro" che rende tutti contenti.....rapiti, rapitori e liberati...e funzionari alla "trattativa"..incaricati.

macchiapam

Dom, 19/01/2014 - 11:22

CVD! Ringraziate Napolitano, che per motivi tutt'ora oscuri ha incoraggiato e sostenuto l'aggressione a Gheddafi, col quale il governo di Berlusconi aveva concluso solidi e vantaggiosi accordi. Che la Cirenaica non fosse la Tripolitania lo sapeva già Giolitti; ma Napolitano no, lui "Tripoli bel suol d'amore" non lo ha mai cantato, ha preferito Bandiera Rossa o Bella Ciao. Ecco, ora per noi la Libia è Bella Ciao.

NON RASSEGNATO

Dom, 19/01/2014 - 11:59

Se volete soldi rapite italiani: pantalone paga in valuta, gli altri in piombo.

Daniele Sanson

Dom, 19/01/2014 - 12:34

Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra di ricordare che l'arteria sotto accusa è pagata dallo stato italiano come parziale compensazione per l'invasione. danisan

mila

Dom, 19/01/2014 - 17:56

@ macchiapam -Napolitano (che naturalmente non voglio giustificare) non ha incoraggiato l'aggressione alla Libia "per motivi tutt'ora oscuri", ma per eseguire precisi ordini dei Paesi che nella NATO contano qualcosa (non certo l'Italia).

gi.lit

Dom, 19/01/2014 - 18:05

macchiapam. Si deve ringraziare soprattutto Berlusconi che allora era al governo.