Erdogan senza freni: urticanti sulla folla

Fiamma Nirenstein

Capulcu in turco vuol dire vandalo. Il premier Tayyp Erdogan nei giorni scorsi ha usato questa parola molte volte per definire la tipologia dei dimostranti di ogni colore politico, di ogni religione ed etnia, di tutte le età che anche ieri, dopo essere stati ferocemente picchiati e cacciati nella notte da piazza Taksim, hanno osato riprendere le strade sfidando una polizia che palesemente aveva ricevuto indicazioni draconiane per schiacciarli. Vale la pena di ricordare subito che l'esercito non è mai comparso in piazza nella sua classica funzione di guardiano dell'ordine costituito.
I cortei sono stati due ieri a Istanbul, quello dei sostenitori di Erdogan, pare un milione, e quello del «movimento di protesta». Ma il secondo, che aveva ricevuto poche ore prima dell'assalto notturno l'intimazione a sgomberare per lasciare la piazza alla gente dell'Akp di Erdogan che tiene il Paese dal 2002, ci è tornato sfidando la paura, persino la morte. I feriti fino alla dimostrazione del pomeriggio erano già 788. Un deputato ha avuto la faccia spaccata con l'elmetto, la presidente dei Verdi Tedeschi Claudia Roth è rimasta intossicata dai lacrimogeni, molti hanno notato che l'acqua sparata dai violentissimi idranti causava strane piaghe sulla pelle dei dimostranti, forse a causa dell'uso dell'urticante «Jenix», versato proprio negli idranti, come provano le foto di alcuni attivisti.
Erdogan è in questo momento un leader che si regge a forza di botte anche se la sua forza elettorale è grande, la piazza ne chiede a gran voce le dimissioni. Ed è internazionalmente ormai divenuto un'anatra zoppa, difficilmente potrà infatti riproporre la sua immagine più positiva, quella del mediatore che può fornire all'Occidente un rapporto con l'islam moderato. Ma moderato non è stato il suo islam: al contrario durante i suoi mandati si è diffusa la sofferenza e la paura dei laici, dei giornalisti, degli studenti, delle donne emancipate, dei giovani che volevano solo una birretta ormai proibita, degli omosessuali, dei verdi, delle minoranze religiose come i curdi e gli alavi, per non parlare di quei due ebrei rimasti, terrorizzati dall'odio antisemita del governo. Certo Erdogan è forte quanto a voti ricevuti nelle ben tre elezioni che lo hanno eletto premier, ma il trenta per cento non è il cento per cento, e si vede in questi giorni quanto profondo e insopportabile sia stato il tratto oppressivo ed estremista della sua strada di reislamizzazione.
Adesso i movimenti di protesta che si raccolgono sotto lo stesso cartello sono ben 166 e non ci sono segnali che vogliano tornarsene a casa. È miracoloso che gruppi con forti divisioni ideologiche, religiose, etniche, combattano insieme: in genere il Medio Oriente mette un coltello fra i denti a chiunque non si identifichi perfettamente con il suo vicino, e glielo rende nemico. Qui non è stato così. Fra i dimostranti, i musulmani religiosi non sunniti, stufi della sunnizzazione estrema che ha cercato di indottrinare nelle scuole o nelle moschee chiunque non facesse parte della Sunna, hanno alzato barricate insieme ai ragazzi che suonano musica americana e lottano per la libertà.
Gli Stati Uniti fino ad ora hanno lanciato segnali positivi, ma si avverte, specialmente in Europa, lo sconcerto. Avremmo potuto scorgere nello stile di Erdogan e del suo ministro degli Esteri Davotoglu di più della delusione, di cui giustamente portiamo il senso di colpa, per non avere sufficientemente avvicinato a noi la Turchia. Oggi, mentre il fronte Iraniano Siriano gode dell'indebolimento di Erdogan, abbiamo davvero bisogno di una Turchia che sia il famoso ponte fra Oriente e Occidente. Ma perché accada, la Turchia si deve rigenerare.