Le fazioni in guerra in Sud Sudan hanno firmato il cessate il fuoco

Svolta nei colloqui di Addis Abeba. Oltre mezzo milione di persone in movimento. Difficile una stima delle vittime del conflitto

Sfollati del Sud Sudan a Joda, al confine con il Sudan

Per giorni i colloqui di pace sono rimasti fermati, ostacolati dalle richieste delle due parti, inconciliabili su alcuni punti. Ora le trattative in corso ad Addis Abeba per arrivare a una soluzione della crisi in Sud Sudan si sono sbloccate. In serata è arrivata la firma di un cessate il fuoco al via entro ventiquattr'ore.

Il Paese africano, arrivato all'indipendenza soltanto nel 2011, da oltre un mese è attraversato da scontri tra le forze governative, guidate dal presidente Salva Kiir e i ribelli al comando dell'ex vice-presidente Riek Machar.

Una lotta che è iniziata tra i banchi della politica si è estesa in fretta, trasformandosi in una guerra dai contorni ben differenti, in cui l'etnia Nuer, di cui il presidente fa parte, si scontra con i Dinka del suo ex vice per il controllo del Paese.

Le accuse di Salva Kiir, che imputava a Machar di un tentato colpo di Stato, sono state sconfessate da più parti. La richiesta dei ribelli di liberare undici persone, arrestate all'indomani dell'inizio degli scontri, ha bloccato per giorni le trattative in Etiopia, così come la richiesta di un passo indietro dell'Uganda, che ha dispiegato i suoi uomini in Sud Sudan.

Sette dei dieci Stati che formano il Sud Sudan hanno visto scontri tra le due fazioni, particolarmente intensi nello Jonglei, nel Nilo Superiore e nell'Upper Nile. Le forze governative e i ribelli hanno combattuto a lungo per il controllo delle città di Bor, Malakal e Bentiu. Dopo diversi passaggi di mano, due dei tre capoluoghi sono tornati nelle mani dell'esercito regolare negli ultimi giorni.

La scorsa settimana l'inviato delle Nazioni Unite, Ivan Simonovic, ha denunciato violazioni dei diritti umani da parte di entrambe le fazioni in lotta. Secondo stime dell'Unicef sono oltre 500mila i sud-sudanesi in movimento all'interno del Paese, i cosiddetti sfollati interni, una parte dei quali (circa 70mila) si è rifugiata nelle basi Onu disseminate sul territorio. 86mila i cittadini che si sono rifugiati nei Paesi confinanti. Difficile dare una stima attendibile sulle vittime del conflitto: i numeri ondeggiano tra i mille morti e i diecimila.

Simonovic ha descritto Jonglei e Bentiu come "città fantasma" distrutte dai combattimenti e abbandonate.

Commenti
Ritratto di Memphis35

Memphis35

Sab, 25/01/2014 - 11:13

Letta sta forse dormendo? Che cosa aspettiamo a mobilitarci per accoglierli tutti? Occorre , al più presto, un'operazione "Desertum nostrum". Che ci garantisca un afflusso di almeno 1000 profughi al giorno. In un anno e mezzo, con un po' di buona volontà e sorretti dalle omelie di Francesco, potremmo anche farcela...