La first lady cinese è un idolo pop che mette in ombra anche il leader

Barack e Michelle, Nicolas e Carlà, Tony e Cherie, Hillary e Bill. Eccezion fatta per quel Nicolas, più noto anche alla sua mamma col cognome che col nome di battesimo, avete già capito di chi stiamo parlando. Non si dà l’uno senza l’altra, nei cartoncini di benvenuto con cui abbiamo aperto questo articolo. Poiché non c’è presidente o primo ministro, nel mondo occidentale, che non si presenti alla ribalta, nelle occasioni pubbliche, accompagnato dal coniuge. Roba inventata anche questa dagli americani, che assieme alla moda inventarono anche il ruolo della First lady, ruolo portato in technicolor e imposto in mondovisione per la prima volta dalla moglie di John Kennedy, Jacqueline.
Da oggi in poi, all’elenco dovremo abituarci ad aggiungere anche quello di Xi Jinping, futuro presidente della Cina, e di sua moglie Peng Liyuan, idolo pop delle masse nonché generale del potente esercito polare. Jinping e Liyuan dunque, visto che i cinesi antepongono il cognome al nome. Sembra una cosa da nulla, ed è invece una piccola rivoluzione epocale, per una nomenklatura che almeno a parole punta a uniformarsi allo stile e al way of life di un mondo che ufficialmente aborre, essendo (soprattutto quello a stelle e strisce) l’incarnazione del male assoluto: l’imperialismo capitalistico. È un piccolo, sorridente tassello che vuol far dimenticare gli anni grigi dei Comitati centrali del partito dove il palcoscenico era appannaggio dei maschi, e dove il leader, fosse Mao Zedong (o Breznev o Kruscev in Unione Sovietica, o Fidel all’Avana, o l’Amato Leader coreano tutt’oggi) appare in tutta la sua gloria da solo. Mentre la moglie sarà anche l’altra metà del cielo, ma se c’è, è nell’ombra o qualche passo indietro.
Jinping e Liyuan, proiettati sulla scena da un Comitato centrale che vede in lui il futuro leader della nazione, hanno tutto quello che serve per diventare celebri. Cinquantasette anni, nominato alla carica di vicepresidente della potente commissione militare del partito comunista cinese, Xi Jinping, detto «il principino», è figlio di uno dei fondatori del partito. L’ascesa a numero due della Commissione militare è la conferma di una strada segnata che, salvo imprevisti, lo porterà ad assumere la carica di presidente della Cina nel 2012 e la leadership del partito nel 2013, succedendo in entrambe le cariche a Hu Jintao. Potente lui, fragorosamente celebre lei, Liyuan, 48 anni, una delle folk singer più famose del Paese. Entrata a 18 anni nell’Esercito di liberazione popolare, nel quale ricopre oggi la carica di maggior generale, Liyuan è diventata una specie di Nilla Pizzi cinese nel 1982, quando portò a uno strepitoso successo quello che da allora è uno dei suoi cavalli di battaglia: «Sulle pianure della speranza». Altri hit celebri del suo repertorio sono «Gente del nostro villaggio» e «Monte Everest». Ospite fissa al Gran galà della televisione di Stato, durante le celebrazioni del Capodanno cinese, Liyuan è una autentica diva. Chi meglio di lei (e di lui) si mormora dunque nelle cancellerie delle ambasciate occidentali a Pechino, per inaugurare quella nuova fase nei rapporti con l’Occidente che è nelle speranze di tutti?
Poco noto al pubblico, Xi Jinping cominciò la sua marcia verso il vertice del potere nel 2007, quando diventò leader del partito a Shangai, in sostituzione di un Carneade deposto per corruzione. Figlio di Xi Zhongxun, amico di Mao e da questi più volte gettato nella polvere della Rivoluzione culturale per poi essere riabilitato, Jinping è l’uomo che, assieme alla consorte, potrebbe traghettare la Cina verso forme di democrazia più vicine alle istanze che sorgono da una società ancora compressa e «sorvegliata» dall’onnipotente partito. Partito il cui ruolo, ha ribadito giusto l’altro ieri il Comitato centrale, resta «fondamentale», mentre gli equilibri interni, si è voluto sottolineare, non sono stati minimamente scossi dall’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo. Quanto al futuro della Cina, la prudenza è d’obbligo. «Col partito comunista non ci sono speranze -dice lo scrittore dissidente Yu Jie - Ma la pressione della società civile non cesserà».