Giornalisti: nel 2013 meno morti ma più rapiti

Secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontières, nel 2013 sono stati 71 i cronisti uccisi e ben 87 quelli sequestrati, il doppio dello scorso anno. SOSTIENI IL TUO REPORTAGE

Uccisi, incarcerati, ma soprattutto trattati come merce di scambio. Ai giornalisti nel mondo lungo il 2013 non è andata molto meglio che negli anni precedenti, ma il dato più importante del rapporto annuale di Reporters sans frontières è l'impennata del numero dei rapimenti: negli ultimi dodici mesi è più che raddoppiato, passando da 38 (dato del 2012) a 87. L'aumento dei cronisti sequestrati è, secondo l'associazione che difende la libertà di stampa, conseguenza della guerra siriana. E il caso dell'inviato della Stampa Domenico Quirico, per fortuna finito bene, è solo uno dei tanti. Scende invece, ma mai abbastanza, il numero dei giornalisti uccisi mentre facevano il proprio lavoro: Rsf ne conta 71 nel 2013, nel 2012 erano stati 88. Il calo è del 20 per cento.

Il bilancio resta grave e l'allarme è alto soprattutto in Siria, Somalia e Pakistan, i Paesi più pericolosi per i giornalisti. Seguono India e Filippine, che sostituiscono Messico e Brasile. Il 40 per cento dei cronisti uccisi è caduto durante un conflitto. Rsf sottolinea inoltre che il sequestro dei giornalisti da parte di gruppi terroristici e milizie varie sta diventando una "pratica sistematica". "La stragrande maggioranza dei casi registrati - si legge nel rapporto - riguarda il Medio Oriente e l'Africa settentrionale (71), seguiti dall'Africa sub-sahariana (11)". I rapimenti sono stati 49 solo in Siria e 14 in Libia. In questi Paesi il lavoro sul campo si è fatto sempre più difficile. Lo dimostra il fatto che almeno 31 professionisti hanno dovuto lasciare la Siria nel corso del 2013.

A questi numeri si aggiungono i dati sui giornalisti in carcere, "almeno 178 nel mondo". I Paesi con più cronisti in cella sono Cina, Eritrea, Turchia, Iran e Siria, esattamente come nel 2012. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), una ong basata a New York citata da Hurriyet online, assegna alla Turchia la maglia nera dello stato con il record dei giornalisti arrestati, anche se il numero è in calo. Al primo dicembre 2013, secondo il Cpj, erano detenuti almeno in 40 - contro 61 nell'ottobre 2012 - più che in Iran, Cina o Eritrea. "Mettere i giornalisti in prigione è il marchio distintivo di una società intollerante e repressiva. E dal fallimento della riforma della sua legislazione alla repressione dei reporter durante le proteste di Gezi Park - rileva il Cpj - la Turchia lo è diventata sempre di più".