Incontro tra Fbi e Fsb per decidere il destino dello spione che ha scatenato una crisi diplomatica

I servizi segreti americani e russi si sono incontrati, e nemmeno tanto in segreto. Nel fuoco incrociato di sgambetti e cortesie diplomatiche, messi a segno a colpi di dichiarazioni, ordini e contrordini, ieri a tessere i possibili nodi futuri nella complicata tela della spystory del Datagate sono stati proprio gli 007 statunitensi e russi. Un incontro tra i vertici dell'Fbi e dell'Fsb reso noto da Dmitry Peskov, il portavoce del presidente Vladimir Putin. Il quale anche diplomaticamente ha sottolineato la volontà di Putin affinché tutta la vicenda di Snowden non incida negativamente nelle relazioni tra le due superpotenze.
Relazioni che, mentre il mondo tiene gli occhi puntati su comunicazioni e atti ufficiali, sono di fatto scandite molto più dagli 007 che dai vertici politici.
Non a caso Peskov ieri ha affermato che il presidente Putin «non è coinvolto nella trattativa» sulla sorte della «talpa» dell'Nsa che dal 23 giugno scorso è bloccato nell'area transiti dell`aeroporto Sheremetyevo di Mosca. Anche per gettare acqua sul fuoco, s'intende, con un tentativo simile a quello - datato 23 luglio, ma reso noto, e forse non è un caso, solo ieri - del segretario alla Giustizia americano Eric Holder, che in una lettera indirizzata al ministro della giustizia russo Alexander Vladimirovich Konovalov aveva garantito: «Le accuse che pendono sul capo di Snowden non prevedono la pena di morte». E aveva aggiunto che, qualora il 30enne fosse accusato di altri crimini che prevedono la pena capitale, «se sarà riconsegnato agli Stati Uniti non sarà comunque giustiziato, né torturato». Alla gola profonda responsabile della più grossa fuga di informazioni dai tempi della Guerra Fredda sarebbe quindi assicurato l'intero sistema di garanzie dei diritti civili vigente negli Usa.
Tre giorni fa la situazione era precipitata, con la notizia del rilascio a Snowden da parte delle autorità russe, dei documenti necessari aa allontanarsi dallo scalo moscovita: l'ex dipendente della Cia, cui era stato revocato il passaporto statunitense, poteva quindi circolare liberamente in territorio russo.
Un fatto automatico, aveva spiegato il suo legale Anatoli Kucherena. Ma che aveva scatenato il «grande disappunto» di Washington, espresso in un colloquio telefonico tra il segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov.
E tutto questo mentre il presidente Putin nulla ha ancora fatto sapere rispetto alla richiesta avanzata dalla «talpa» di ricevere asilo politico proprio dal Cremlino.
L'altro ieri una commissione del Senato americano ha approvato un provvedimento che sanziona tutti i Paesi che offriranno asilo a Snowden. Mentre il portavoce del Cremlino ha escluso che la talpa venga estradata verso gli Usa: «Non abbiamo mai consegnato nessuno e non lo faremo».
Insomma, nell'epoca delle cyberguerre, l'Nsa-gate ha incrinato i rapporti tra Mosca e Washington. E il compito di ricomporli è affidato alle spie.
twitter: @giulianadevivo