«Kirchner dittatrice» L'Argentina si ribella alla sua presidenta

Se va acabar, la dictadura de los Ka, finirà la dittatura dei Ka, cantavano in coro. Tornano a occupare le strade, battendo pentole e lanciando slogan. Ciclicamente, si danno appuntamento nelle strade del centro di Buenos Aires per far sentire la loro voce, l'ultima giovedì scorso, erano più di un milione, una notizia che ha fatto il giro del mondo ma che in Argentina ha trovato spazio solo sui giornali dell'opposizione.
Gli argentini contro la Kirchener sono sempre di più. La «presidenta», votata con il 54% dei voti, perde consensi: non più solo inflazione, insicurezza e restrizioni sul mercato cambiario; ora la denuncia è di corruzione, contro la riforma del Potere Giudiziario che la maggioranza governativa sta varando in tempi record. Molti abitano nelle strade lussuose del centro, la classe più indignata è proprio la loro, quella medio alta. Si sentono frustrati e guardano con sospetto le mosse della presidenta che trama senza sosta: prima di tutto per un terzo mandato. È la sua rielezione il vero traguardo che si è imposta Cristina e che ha inserito tra le ultime proposte della riforma della costituzione presentate dal governo.
Si respira nell'aria una sensazione di restrizione alle libertà, di pensiero, e di parola, di movimento. Non è piaciuta l'iniziativa, ad esempio, dell'invio di esponenti della Campora, (il partito peronista-kirchnerista nelle cui prime file si ritrova Maximo Kirchner, figlio della «presidenta») a indottrinare gli studenti. Un'azione poco democratica, iniziata proprio nel momento in cui il governo si prepara a cambiare la legge elettorale per dare il voto ai sedicenni. E poi, appare sempre più strano che la «presidenta» non conceda conferenze stampa: comunica solo servendosi della «cadena nacional», (che secondo la costituzione argentina dovrebbe essere usata solo per comunicazioni gravi e in situazioni di emergenza), con un fanatismo che sconfina in toni che a molti argentini ricordano quelli di temuti dittatori. La libertà degli argentini è messa in discussione quando si vedono costretti a chiedere il permesso per ritirare dollari per uscire dal paese o quando all'estero si ritrovano limitati nell'uso delle loro carte di credito. Ma certo in patria le cose non vanno meglio: l'inflazione incontrollabile non fa che penalizzarli e va ad aggiungersi all'imposizione governativa di gestire i propri risparmi utilizzando solo moneta locale, proprio mentre la svalutazione rende quest'ultima sempre più instabile.
L'esecutivo di Cristina Kirchner continua a subire colpi su colpi, dissipando gli effetti positivi della cavalcata solitaria dell'ultimo decennio, che aveva portato il PIL a crescere di oltre novanta punti, riconsegnando al popolo dignità e benessere dopo il default del 2001. Incombe quel «cartellino rosso» mostrato a febbraio dal Fondo Monetario Internazionale, che ha accusato il governo di aver truccato i dati ufficiali sull'inflazione del 2012. Cristina ha troppi fronti aperti e l'esempio emblematico è quello delle Falkland, che a marzo hanno chiesto all'unanimità di rimanere sotto la Corona britannica. Peccato, perchè poteva tornare utile per rinverdire quel nazionalismo che tanto le avrebbe fatto gioco. Deve stringere i denti, e lei lo sa bene; sorridere nei sui tailleur attillati e scherzare (o forse no) con frasi beffarde: «bisogna temere Dio, ma anche un po' me». Sa che i prossimi mesi saranno cruciali. Dovesse inciampare ancora una volta, per l'era Kirchner potrebbe essere il tramonto.