L’INTERVISTA

nostro inviato a Lourdes

Ha il volto sorridente incorniciato dalla barba bianca e da dieci anni, dopo aver accolto l’invito del vescovo Perrier, presiede il «Bureau Medicale» di Lourdes: Patrick Theillier è il medico che sancisce i miracoli.
Come nasce e come funziona il Bureau Medicale di Lourdes?
«Mentre le apparizioni alla grotta di Massabielle erano ancora in corso, nel febbraio 1858, si verificarono delle guarigioni. Una fece scalpore, perché si trattava di un cieco che riacquistò la vista. Il vescovo volle affidare a un medico estraneo a Lourdes l’esame di questi casi. Oggi il Bureau è composto da un medico in servizio permanente, il sottoscritto, e da una segretaria. C’è poi l’Associazione medica di Lourdes, che si avvale della collaborazione di circa 15mila dottori, molti dei quali italiani. Infine esiste il Comitato medico internazionale, composto da una trentina di primari, di luminari che operano nei maggiori ospedali europei e che si riuniscono una volta all’anno per vagliare i dossier – mediamente una quarantina - che abbiamo preparato loro nei mesi precedenti».
Qual è il confine tra scienza e fede nel vostro lavoro?
«Per la scienza il miracolo non esiste. Molti medici atei, di fronte a certe guarigioni inspiegabili, ammettono che sono eccezioni alle leggi della natura e le chiamano remissioni spontanee della malattia. Ma la persona guarita sa benissimo che cos’è accaduto, sa che non ricadrà in quella patologia grave, ha fatto un’esperienza spirituale molto intensa. La guarigione tocca tutte le dimensioni dell’essere. Scienza e fede intervengono entrambe e non possono essere separate».
Quali sono i criteri per definire miracolosa una guarigione?
«Sono criteri oggettivi e logici, fissati all’epoca di Voltaire dal cardinale Lambertini. La malattia deve essere ben conosciuta dalla medicina, deve essere grave e mettere in pericolo la vita del soggetto; deve essere organica, con lesioni e dunque non solo psichica, non ci deve essere alcuna cura possibile; la guarigione deve essere improvvisa e istantanea, deve trattarsi di un ritorno allo stato di salute precedente alla malattia, non un semplice miglioramento, deve essere una guarigione definitiva».
In 150 anni sono stati attestati solo 67 miracoli, a fronte di almeno settemila grazie segnalate. Perché?
«C’è chi afferma che a Lourdes oggi accadono meno miracoli che in passato. Non sono d’accordo. Il problema è che si sono per così dire “evolute” le guarigioni stesse. Cento anni fa c’era una grande attesa di guarigioni fisiche. Oggi la medicina ha fatto molti passi in avanti, la domanda non è più la stessa. Cento anni fa chi veniva guarito era contento di raccontarlo, di parlare con i medici. Oggi c’è chi teme di essere messo in ridicolo o di avere la vita sconvolta dalla pressione dei mass media. Oggi gli specialisti fanno molta più fatica a dichiarare inspiegabile una guarigione e da parte dei malati c’è molta più richiesta di guarigioni psichiche e spirituali».
Può raccontare il caso che l’ha colpita di più in questi anni?
«È l’ultima guarigione che non è stata accettata dal Comitato internazionale, avvenuta dodici anni fa. Una donna francese di 55 anni, affetta da leucemia mioblastica, con problemi alle meningi e al nervo ottico e da un linfoma, dopo essere stata sottoposta a due-tre cicli di chemioterapia, avendo le difese immunitarie bassissime, è entrata in coma. Era ricoverata in rianimazione. Il marito ha chiesto a un conoscente di accendere un cero a Lourdes e la donna è uscita dal coma ed è guarita, sorprendendo tutti i medici. Un caso unico. Ho presentato il caso al Comitato: hanno fatto eseguire esami psichiatrici e hanno concluso che non si trattava di una guarigione inspiegabile perché c’erano stati i cicli di chemio e poi perché è stata considerata fragile, sia lei che il marito non avrebbero sopportato la pressione mediatica in caso di ufficializzazione del miracolo».