La "Mummia" comanda ancora in Algeria

L'anziano e malandato Bouteflika rivince le presidenziali tra le polemiche

I sostenitori del presidente Bouteflika non hanno neppure atteso i risultati ufficiali, giunti con diverse ore di ritardo, per festeggiare la sua quarta vittoria consecutiva, mentre il suo principale rivale, l'ex primo ministro Ali Benflis gridava invano alla frode e al colpo di forza (pur invitando la popolazione alla calma).

Le elezioni in Algeria, il Paese che fornisce all'Italia il 35% del suo metano ed è diventato vitale per la nostra economia in seguito alle turbolenze ucraine, si sono concluse esattamente come si prevedeva: con la rielezione, con l'81,53% dei voti, di un uomo che è lecito definire un fantasma, visto che il suo ultimo discorso pubblico risale al maggio 2012, che da quando è stato colpito da un infarto nell'aprile 2013 non riesce più né ad alzarsi dalla sedia a rotelle né a parlare in maniera comprensibile, si è fatto vedere in TV solo un paio di volte e al «comizio» finale della sua campagna ha fatto mandare in onda un discorso del 1999. «L'Algeria - ha ironizzato un membro dell'organizzazione Barakat (Basta!), l'unica che ha osato attaccare pubblicamente il sistema esponendosi a dure rappresaglie - è talmente avanzata tecnologicamente che perfino il nostro presidente è virtuale».

Solo la partecipazione al voto, 51,7% (e 25% in Kabilia) contro il 74% del 2009 ha rivelato il profondo disagio della popolazione, e soprattutto dei giovani che ne costituiscono la maggioranza, di fronte a un simile spettacolo.

Ma il controllo della cupola del vecchio e glorioso Fronte di liberazione nazionale, oggi chiamata semplicemente «Il Potere», è talmente ferreo che non solo l'Algeria è, insieme con il Marocco, l'unico Paese arabo a non avere avuto la sua «primavera», ma che la quarantina di piccoli partiti di opposizione – laici ed islamici – contrari alla ricandidatura del vecchio invalido, non hanno trovato di meglio che invitare i propri seguaci a disertare le urne. La decisione del Potere di ricandidare Bouteflika, che prima di diventare presidente era già stato per 16 anni ministro degli Esteri quando l'Algeria gravitava ancora nell'orbita dell'URSS, è stata dovuta essenzialmente a due considerazioni: primo, la parte più anziana dell'elettorato lo porta ancora in palmo di mano come l'uomo che ha riportato la pace nel Paese dopo la guerra civile tra laici ed islamisti che ha fatto 200.000 morti negli anni Novanta; secondo, che l'apparato del FLN, diviso a sua volta in fazioni che si sono scambiati oscuri messaggi attraverso la stampa non ha saputo esprimere alcun altro personaggio che – nel bene e nel male – avesse un seguito sufficiente per mettere tutti d'accordo. Quasi certamente, Bouteflika non arriverà a completare il suo quinquennato, ma intanto il Potere avrà altro tempo per cercargli un successore. Per l'Italia, tutto sommato, va bene così.

Il regime continuerà a controllare i giacimenti di idrocarburi, il metano a fluire attraverso il gasdotto che attraversa il Canale di Sicilia e il Potere, pur diviso, sembra in grado di controllare sia il malcontento del 30-35% di disoccupati che ogni tanto sfocia in tumulti di piazza, sia le bande jihadiste legate ad Al Qaeda che ormai da tempo operano nel sud del Paese e che l'anno scorso sono riuscite in un clamoroso assalto a un centro di estrazione del metano che ha fatto 39 morti e seminato l'allarme in tutto il mondo.

Tuttavia, fino a quando il Potere non aprirà la strada a una democrazia meno fittizia di quella attuale, l'Algeria rimarrà un Paese imbalsamato come il suo presidente.