L'esercito spara: trecento morti Stato d'emergenza per un mese

Morti nelle strade della capitale, violenze nel resto del Paese, blindati della polizia nelle piazze, ritorno delle leggi marziali, del coprifuoco, ex generali nominati alla guida delle province, arresti e detenzioni. Sembra l'Egitto dei mesi successivi alla rivoluzione del 2011 e invece è l'Egitto di queste ore. All'alba di ieri, le forze di sicurezza hanno iniziato un'operazione per sgomberare due sit-in dei Fratelli musulmani, il movimento del deposto presidente Mohammed Morsi, in strada dall'inizio di luglio per protestare il suo forzato allontanamento dal potere. Da almeno dieci giorni l'esercito, nuovo traghettatore della politica, minaccia di disperdere i manifestanti, contrari al compromesso con i nuovi poteri. A metà mattinata, il più piccolo sit-in della piazza Nahda, vicino all'università del Cairo, era stato sgomberato. Dopo ore di battaglia urbana, colonne di fumo nero si alzavano dal campo, le tende che prima ospitavano i manifestanti erano in fiamme. A Rabaa Al Adawiya, nei sobborghi del Cairo, il più vasto sit-in degli islamisti, dall'alba si è combattuta una vera e propria guerra urbana. A tarda sera le forze di sicurezza hanno preso il controllo della piazza, secondo la tv di Stato. Padre Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, denuncia l'assalto a 22 chiese per lo più copte, ma anche 7 cattoliche, fra cui un monastero e un ospedale di suore: «Il papa copto Tawadros II è rinchiuso in un monastero per paura di essere assassinato».
Secondo il ministero della Sanità, le vittime sarebbero 278 in tutto il Paese, di cui 43 poliziotti, centinaia le vittime per i Fratelli musulmani, i cui sostenitori hanno preso d'assalto caserme della polizia. Due giornalisti, una giovane degli Emirati arabi e Mike Deane, cameraman di Sky News, sono rimasti uccisi negli scontri. Al Cairo 61 persone sono morte nel presidio dei manifestanti in piazza Rabaa al-Adawiya, dove secondo un corrispondente di Al Arabiya, sono stati trovati ventotto cadaveri con evidenti segni di torture, e 21 in quello di piazza Al-Nadha. Smentito invece l'arresto di due leader dei Fratelli Musulmani, Essam el-Erian e Mohamed El-Beltagui.
Per ore, il denso e bianco fumo dei lacrimogeni lanciati dai poliziotti, misto a quello nero dei copertoni bruciati dai manifestanti, hanno impedito l'accesso in piazza alle ambulanze. Le scene di cecchini sui tetti, elicotteri nei cieli, ruspe, tendoni e veicoli in fiamme, viali chiusi al traffico e una città in parte deserta in cui hanno risuonato i colpi delle armi automatiche raccontano una repressione che marca una nuova fase dell'Egitto post-rivoluzionario ma che sembra portare allo stesso tempo il Paese indietro nel tempo. In una mossa che ricorda i tempi del rais Hosni Mubarak, la presidenza ha nominato martedì 19 ex generali a governatori provinciali. Il governo ha annunciato il coprifuoco e il ritorno dello stato d'emergenza per un mese. Nella rivoluzione del 2011, una delle richieste della piazza è stata proprio la cancellazione delle leggi marziali. Il coprifuoco è stato imposto in dieci province.
Le condanne sono arrivate da Unione Europea, Palazzo di Vetro e Stati Uniti che hanno chiesto la revoca delle leggi d'emergenza. Mentre l'opinione pubblica egiziana si divideva sulla necessità dell'operazione, è arrivata la notizia delle dimissioni del vice presidente Mohammed ElBaradei, che si era già opposto agli sgomberi.
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