Il mondo instabile è colpa di Casa Bianca e Fedil commento 2

di Ludovico Festa

Nel riflettere sulle dinamiche italiane è bene tenere presente il quadro internazionale definito innanzi tutto dalle difficoltà della leadership americana manifestatesi sia in Medio Oriente sia nella discussione interna alla Fed. Da una parte è giunta al capolinea l'obiettivo di un nuovo equilibrio fondato sulla Turchia di Recep Tayyip Erdogan e sull'islamismo integralista ma non sempre terrorista (si noti però l'«eccezione» Hamas) dei Fratelli musulmani. Idea nata anche dalla prospettiva dell'autosufficienza energetica americana e che puntava su Ankara come ago della bilancia tra sauditi e iraniani, con pure influenze nell'Asia centrale tali da «contenere» l'egemonia russa. Disegno ambizioso che - come si è visto - aveva le stesse probabilità di funzionare di quello - coltivato da alcuni inquilini di Villa Taverna - di affidare l'Italia a Matteo Renzi & Beppe Grillo. Esito di questa grande strategia (che conteneva anche l'obiettivo - tipico di politici di scuola chicagoana - di far pagare ambienti israeliani troppo impegnati a sostenere i repubblicani) è stato consegnare l'iniziativa a Mosca, Gerusalemme e Riad irritati da mosse che aprivano problemi senza definire veri equilibri. Non so se i nuovi stabilizzatori riusciranno a costruire qualcosa di solido: per ora si può solo constatare che i recenti destabilizzatori avevano visioni poco chiare. Importante è anche tenere d'occhio quel che si discute oggi nella Fed: se sostenere un ciclo espansivo a costo di creare un po' di inflazione oppure concordare strategie alternative con al centro il cosiddetto mercato unificato transatlantico (Unione Europea-Stati Uniti) come motore di una nuova fase di sviluppo. Anche in questo caso si notano alcune carenze strategiche: il Giappone che si muove senza reali coordinamenti dà il segno di una certa diffusa sfiducia in Washington, il dibattito con Berlino è diviso tra l'opzione «spartizione» e quella di un più vasto accordo con gli europei, non solo con i tedeschi. Nelle vicende di questi giorni si può anche notare la tendenza chicagoana di cercare di piazzare alla Fed elementi più deboli perché più fedeli che si è vista per esempio nel caso dell'inquietante liquidazione del generale David Petraeus. E in questo contesto alcune mosse di Ben Bernanke ricordano quelle di Mario Draghi quando ha voluto ridimensionare Vittorio Grilli.
Se questo è il quadro, la prospettiva di mantenere l'Italia in un contesto atlantico ed europeista - l'unico che può veramente aiutarci a costruire un futuro di progresso - richiede non minore ma maggiore sovranità nazionale (naturalmente «relativa» perché strutturalmente limitata dai nostri - a mio avviso da non superare - accordi comunitari e militari): il recupero di leadership americano ha bisogno di una Roma che sappia consigliare e aiutare il grande alleato negli scenari mediorientali (e russi). La Germania sarà sempre più bottegaia, tutta mirata a perseguire solo obiettivi di corto respiro (si consideri l'inconsistenza tedesca su tutte le grandi questioni di politica estera: dall'Egitto alla «bomba» iraniana, dalla Libia all'Afghanistan) se non si creerà un fronte che al di là delle retoriche europeiste sappia indicare precise scelte, certo economiche (superando l'appiattimento sull'austerity) ma anche appunto politiche. Tutto questo sarà impossibile senza un nuovo ruolo di Roma, a sua volta impossibile se ci si affida a ectoplasmi tipo Mario Monti o se si delega la sorte degli istituti della sovranità popolare (base per qualsiasi sovranità nazionale) a personaggi come Antonio Esposito, Fabio De Pasquale e Ilda Boccassini.