La morte nella fabbrica dei sogni

I filosofi, quelli che sanno o dovrebbero sapere, dicono che si nasce e si muore soli. Dalla pancia della mamma (i bambini dicono «pancia» perché hanno fame di vita, di carezze, di baci, hanno bisogno di nutrirsi di istanti indelebili, della loro coperta di Linus, della loro Mimmy...), il luogo più bello, più pulito, più puro, il nostro Eden perduto dove ogni tanto vorremmo tornare per sgranocchiare una mela rossa in santa pace, la nostra Atlantide personale, e fino al culo della vita, estrema propaggine collocata a pochi centimetri dal baratro, dalla feccia, dal Nulla, non facciamo che compiere un solo passo. Lentamente, impercettibilmente. Per alcuni il passo è lungo un secolo e più, per altri se ne va in un soffio, e proprio nei posti che dovrebbero essere sicuri, accoglienti, universalmente extra-territoriali quasi come la «pancia» della mamma. Sul «quando», decide il Destino, se davvero lo strano e sfuggente personaggio si nasconde da qualche parte, come un lupo famelico, come la nera Signora che impugna la sua falce ben molata. Sul perché, invece, rispondono i teologi e ancora i filosofi, buoni o cattivi maestri che ci dettano i libri dell'inquietudine, gli abbecedari su cui ci esercitiamo, ignari di quanto ci attende. Ma dove? Dove abbandonare questa «valle di lacrime» versate inutilmente? «Non cercare l'impossibile in questo mondo di pazzi, non vi è luogo dove tu possa rifugiarti, ma se trovi qualcuno che ami tienilo stretto perché ricorda: si nasce e si muore soli... tutto il resto è niente». Parole (senza musica, visto che la musica è vita) di Jim Morrison, uno che la vita l'ha soltanto assaggiata e, trovandola insipida, ha deciso di buttarsela dietro le spalle a 27 anni. «Dove», staccare il biglietto di sola andata? Non potendo scegliere fra un letto scomodo d'ospedale o la consunzione dell'età, o l'incidente compassionevole che ti porta via in un amen... non potendo chiedere a Chicchessia l'ultima grazia, l'ultima apertura di credito, dove salutare la compagnia? Le vittime di Aurora (Aurora, che posto assurdo dove morire gratis et amore Dei, il posto dove il sole dovrebbe sorgere ogni giorno per definizione, l'amico sole, ma dove, invece, il sole da ieri non sorgerà mai più, cascasse il mondo, non sorgerà mai più), le vittime di Aurora se ne sono andate mentre erano al cinema, ospiti di un supereroe immortale.... Il cinema, la casa dei sogni dove tutto è possibile, un posto estraneo alla morte, dove la dimensione dell'inesplicabile, delle ipotesi futuribili, dovrebbe tenerti al riparo da un killer senza motivazioni e per questo senza scrupoli. Ad altri, prima di loro, è toccato un anonimo supermarket, una piccola ed altrettanto anonima università di provincia, una caffetteria, un ostello, persino un'isola che sarebbe stata felice come la mitica Avalon se la follia solitaria e incurabile di un tale non l'avesse trasformata in una enorme bara galleggiante. Lo studio, lo svago, la condivisione delle piccole cose di tutti i giorni... Quel cinema di Aurora era questo, tale era la sua missione. Ci illudevamo che fossero delle enclave irrigate dall'acqua che è soltanto vita, quindi immuni dalle scintille di un inferno occasionale. Invece no, il Male è arrivato fino a lì. E il «dove» ha subito la mutazione genetica che lo ha trasformato in «perché». E, come ogni «perché», è diventato parziale, superficiale, inaccettabile: un accidente della Storia, una semplice e banale espressione geografica buona tutt'al più per disegnarci sopra le cartine dell'orrore e dell'innocenza tradita. Adesso la parola (ma quale parola, state zitti, pagliacci che non siete altro - beninteso, vale anche per il soprascritto) passa al Pentagono, al «presidente del mondo», e giù giù fino ai commentatori indifesi di fronte alle pagine da chiudere in tipografia. La parola passa a tutti quelli che (e sono legione) soprassedendo sul «dove», sbraitano in favore di telecamera o di microfono il loro «perché» addobbato dal punto interrogativo e dalla lacrima di circostanza. Andate a casa, andiamo a casa. E diamo una carezza ai nostri bambini. È l'unica cosa che possiamo fare.