Non cedere alla legge del taglione

Netanyahu ha definito «un delitto abominevole» l'assassinio del diciassettenne Muhammad Hussein Abu Khader, il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat l'ha chiamato un atto «orribile e barbarico», e ancora più terribile apparirebbe se si trattasse di un atto di vendetta dopo l'assassinio di Gilad, Eyal e Naftali. Il primo ministro ha anche chiesto alla polizia di presentare al più presto i risultati delle indagini, e ha detto che Israele è uno stato di diritto dove la giustizia non si fa con le proprie mani. Il sospetto è che estremisti legati ai nuclei detti del tag mehir cioè del «prezzo da pagare» abbiano rapito il ragazzo all'alba di ieri nel quartiere di Shuafat a Gerusalemme est, dove il ragazzo è stato visto salire su una macchina contro la sua volontà.

«Tag mehir» dal 2005 imbratta i muri delle moschee con scritte razziste, danneggia le proprietà, spaventa i villaggi arabi. La polizia cerca in tutte le direzioni, batte le piste familiari come quelle dell'estremismo. Ma come in un desiderio spasmodico di simmetria dopo lo shock del rapimento, le accuse internazionali, la certezza dei palestinesi che gli assassini siano estremisti ebrei è assoluta, e subito si è trasformata in rivolta di piazza ed è diventata, anche nelle parole del deputato arabo Ahmad Tibi, colpa del Governo.

Mentre scriviamo sono ancora in atto violenti scontri fra dimostranti e polizia a Gerusalemme. Gli scontri si svolgono nel quartiere di origine del ragazzo ucciso, non lontano dall'Università. Sono volate pietre e sette ordigni esplosivi oltre a bottiglie molotov, la polizia ha sparato fumogeni e caricato la folla di giovani col volto coperto dalla kefia. Un giornalista e una fotografa sono rimasti feriti, un israeliano finito nel mezzo dei dimostranti si è salvato a stento accusato di essere una spia. Per ora, non c'è prova che gli estremisti di destra israeliani siano gli assassini. Ma anche Abu Mazen ha già invitato Netanyahu a condannare subito l'assassinio, ricordando la sua condanna del rapimento dei tre giovani israeliani e la richiesta di restituirli. Ma Bibi aspetta una certezza che per ora non esiste.

Il gruppo Tag mehir è odioso, ma per ora non si è macchiato di assassinii; tuttavia molte volte ha dato segno di un'indegna, ignorante, irresponsabile aggressività, si è svergognato con le sue stesse mani compiendo crimini odiosi al pubblico israeliano. Con le sue provocazioni, si presta a essere una chiave molto gradita di delegittimazione internazionale di Israele. Ma in questi terribili 18 giorni di attesa nella dignità e nel rispetto della legge nessuno ha mai detto una parola d'odio. Uno dei parenti delle vittime del rapimento ieri è stato chiaro: chiunque compie un delitto agisce contro la volontà di Dio, nessuno potrà mai perdonarli se l'hanno fatto.

Il delitto ha già fatto sorgere nei media una gran voglia di comparare l'assassinio di Gilad, Eyal e Naftali con quello di Muhammad, di plasmare una simmetria. Ma non regge: ammettendo la possibilità che si tratti di coloni dell'estrema destra israliana, la polizia li cerca e li prenderà, la morale comune li condanna senza appello, la giustizia non farà sconti. Sono una minoranza irrisoria, non una grande organizzazione come Hamas, partner di govreno di Abu Mazen. Inoltre, la società palestinese ha accompagnato con stupefacente simpatia il rapimento e l'assassinio. È delle ultime ore l'ascolto più accurato della telefonata in cui Gilad dice alla polizia: «Mi hanno rapito». Oltre alla la voce che intima «giù la testa» e gli spari, alla fine si sentono anche i rapitori che cantano per la gioia di aver ucciso i ragazzi.