Ma per novanta minuti ci sarà solo Italia-Brasile

Brasile Italia è molta roba. Nove titoli mondiali in campo, se dovessimo limitarci al gioco del football allora sono rose e fiori e qualche opera di bene. Ma il resto? Il resto è nelle cronache che oltrepassano i supermilioni di Neymar o il talento di Balotelli, ragazzi dorati stasera sfidanti in campo. Il resto è nei tumulti di piazza di un Paese che si estende all'infinito, venticinque volte la nostra lunga Italia, 8 milioni e mezzo di superficie sono davvero una landa senza confini sulla quale vivono centonovantaquattro milioni di ogni tipo, brasiliani e rappresentanti di varie etnie, stando ai documenti almeno un milione di origine italiana.

Stavolta ce l'andiamo a giocare in un Paese in rivolta. In Brasile il miracolo si è arenato: il prodotto interno lordo pro capite è di 11.769 dollari contro i 30.136 dollari del cittadino nostrano, la rivoluzione di Lula e le riforme dell'erede barricadera Dilma Vana Rousseff Linhares sono finite nei cassonetti dati alle fiamme. La confederation cup era l'occasione per mostrarsi al mondo ma il mondo sta osservando altro, feriti, morti, arresti, incendi, tumulti, la pasionaria del partito dei lavoratori ha finito di vendere almanacchi, il «fucibòl» raggruma la passione di un popolo che non è soltanto samba, carnival, corpi di ebano e Pelè, il Brasile torna ad avere fame, come ai tempi della dittatura, i brasiliani hanno capito che la coppa del mondo e i giochi olimpici, prossimi venturi, sono droghe pericolose, di cui loro si intendono non soltanto nelle favelas. Ma per ora il circo non si ferma.

Puzza di bruciato, Seppe Blatter, colonello in pensione dell'esercito elvetico, pensate un po', se ne fotte della piazza, a lui interessa il palco d'onore, ha ribadito che la Fifa non si occupa di politica, in verità lo sappiamo bene, la Fifa fa politica, contando un numero di nazioni iscritte più alto rispetto all'Onu. Dunque la vetrina della coppa delle confederazioni va in frantumi. Di contro l'Italia non nuota nell'oro, viviamo la crisi in ritardo, rispetto a loro abbiamo ancora la pancia piena, dunque la piazza è calda ma non violenta, Enrico Letta è nipote di suo zio e non ha certo un passato da guerrigliero anche se ha lottato contro quella che la sinistra e il partito di riferimento di Letta parlavano di regime, dunque di dittatura. Il Paese resta sveglio per la nazionale, unica isola del tesoro, almeno della passione. L'Italia divisa in ogni rione si riunisce davanti alla maglia azzurra mentre fuori dal campo di gioco la vita è agra, stando alle ultime di cronaca Istat, sette milioni di lavoratori aspettano il rinnovo dei contratti, lo spread sale come il costo della benzina, il quattrotretre è l'indice di aumento di qualunque prodotto, dal pane in sù, il Nord cerca di vivere, il Sud sopravvive, non balliamo il samba ma ci prepariamo all'estate al mare.

Per il momento siamo alle notti magiche, inseguendo un gol. Balotelli è diventato il nostro ultimo idolo, Buffon resta il monumento dinanzi al quale si portano fiori e corone di omaggio, siamo fedeli e praticanti ma il commissario tecnico si lascia sfuggire una bestemmia, si corregge, smentisce di aver nominato il nome di Dio invano, giura di aver profferito «zio», non sappiamo se il parente in questione accetti di essere definito porco ma così vanno le cose tra sepolcri imbiancati e belle gioie.

Intorno ci sono le auto in fiamme, pure i giocatori della Seleçao prima di scendere in campo si sono schierati. Ma al fischio d'inizio resterà solo Brasile Italia. che è comunque partita bella nei profumi e nelle parole, è storia di sempre, da Messico '70 in poi, è Pelè, quattro lettere per dire football, è la staffetta tra Mazzola e Rivera, i sei minuti più lunghi della vita, è il pianto di Franco Baresi, è il piede storto di Roberto Baggio, è Dustin Hoffmann in tribuna stampa con noi a Pasadena. Dunque nostalgia e pagine di un diario che nessuno può stracciare.

Oggi non ci resta che mettere i ricordi sotto il cuscino. Brasile e Italia vivono con l'affanno, figlie di un dio maggiore che ha imposto le leggi della crisi dove il rigore non è un dischetto dagli undici metri. Si gioca a pallone, mentre, fuori, il film è un altro. Per novanta minuti nessuno accenda la luce.