La nuova Libia lincia il Colonnello Obama e Sarkò: è merito nostro

Il suo convoglio ècolpito da un raid Nato e il raìs, ferito e inerme, viene massacrato dai ribelli Un ragazzino gli dà il colpo di grazia. La corsa di Francia e Usa per rivendicare l’assassinio

Dunque non era scappato. Niente Bani Walid, o Algeria, o Ma­­li, o nascondigli fra i cammelli dei Tuareg, gli «uomini blu». Dunque tra una raffica di mitra più che sicu­ra, e un esilio dorato, sui bordi di una piscina colma di dobloni, il vecchio raìs ha preferito la raffica di mitra. Era un pluriomicida, il co­lonnello Muammar Gheddafi. Un uomo violento e vendicativo, un ti­ranno sanguinario.

Ma è morto combattendo, come aveva giura­to; da soldato, con la pistola in pu­gno, e nessuno, se non altro, potrà dire che è stato un vigliacco. Nove mesi era durata la fuga di Saddam Hussein, culminata nel dicembre del 2003. Otto mesi quella di Ghed­dafi. Il primo lo presero in una bu­­ca a Tikrit, la sua città natale. Ghed­dafi, e anche in questo la suprema ironia della sorte ha voluto acco­munare i due dittatori, era an­ch’egli in una buca non lontano da Sirte, la città dove nacque una set­tantina d’anni fa. Più che una bu­ca, un tunnel, un condotto - di due, affiancati - in cemento pre­compresso, che corrono sotto il terrapieno di una strada. Due ca­nali di scolo, sembrano. Non pro­prio esaltante, e neppure romanti­ca, come ultima ridotta.Davanti al­l’imboccatura di uno dei due tun­nel c’è ancora il corpo senza vita di un ragazzo, uno dei lealisti che fi­no all’ultimo si sono battuti al fian­co del raìs. Avrà avuto una ventina d’anni. Più o meno la stessa età di Mohamed el Bibi. Dicono che sia stato lui, in questa ultima battaglia fra ragazzi, a tirare il colpo di gra­zia sotto l’orecchio destro di Ghed­dafi, dopo che era stato stanato dal tunnel. E ora eccolo qui, davanti al­le macchine fotografiche e agli operatori di Al Jazeera, mentre si pavoneggia impugnando la se­miautomatica placcata d’oro strappata dalle mani del raìs.

La faccia da ragazzino, i capelli lun­ghi, il cappellino con la scritta NY e una felpa azzurra con un grande cuore rosso trafitto da una freccia, Mohamed el Bibi vive la sua gior­nata da eroe. No, non sembra un assassino.Lui,Gheddafi,è una ma­schera di sangue. Una serie di im­magini concitate lo mostrano, or­mai morto, il volto e il torace im­brattati di sangue, in balia di una canea ululante ebbra di gioia cru­dele che lo strattona, lo trascina nella polvere, gli strappa la maglia inzuppata di sangue. Che proprio a Sirte si potesse consumare l’ultimo atto della tra­gedia libica si era capito ieri matti­na, quando un caccia della Nato («erano i nostri aerei», trilla festo­so da Parigi il ministro della Difesa Longuet. E poi gli Usa, in serata: «Anche un nostro drone ha bom­bardato ») aveva bersagliato un convoglio che aveva forzato la cin­tura d’assedio dell’ultima rocca­forte lealista. Le auto sotto attacco si sparpagliano. Sulla terza c’è il raìs. «È da questa - dice il ministro francese - che i combattenti han­no estratto il colonnello». Ma c’è un’altra versione, più verosimile. Gheddafi è ferito alle gambe. I suoi lo sorreggono. In cinque o sei si la­sciano scivolare lungo il terrapie­no. Alla base vedono le due imboc­­cature, ed è qui che Gheddafi e il drappello di fedelissimi trovano ri­paro. Ma non c’è neppure il tempo di organizzare una difesa. I ribelli li hanno localizzati, accorrono in forze, comincia l’ultima battaglia.

È ancora vivo, Gheddafi, quando le pistole e i mitra cessano di spara­re? Secondo Al Jazeera, sì. È ferito alle gambe, però vivo. Ma la versio­ne ufficiale, che sorvola su dettagli forse non eroici, forse non lusin­ghieri per i protagonisti di quest’« ultima raffica» nel deserto libico, dice solo che Ghedddafi «è stato ucciso in un attacco da parte dei combattenti». Stop. E sorvola su quel colpo di pistola in pieno volto e sulle ferite all’addome che ver­ra­nno certificate dai medici che vi­siteranno il cadavere del raìs, a Mi­surata. Durante l’attacco muore il capo delle Forze armate lealiste Abu Bakr Younes Jaber, mentre un figlio di Gheddafi, Mutassim, e il capo dei servizi segreti libici, Ab­dallah Senoussi, vengono dati per catturati o, a seconda delle fonti, per morti. Morti come Saif al-Islam, figlio prediletto del raìs, che cercava anche lui di spezzare il cer­chio dell’assedio.

In manette una fila di gerarchi, mentre il Cnt chie­de ora all’Algeria la consegna dei familiari (la moglie e tre figli) di Gheddafi che si erano rifugiati nel Paese. Finisce così, in modo perfi­no banale e prevedibile, tra la con­f­usione e le ricostruzioni encomia­stiche e patriottiche dei vincitori una tragedia lungamente annun­ciata. Sipario per il colonnello.