Obama, il miglior alleato degli islamici

di Livio Caputo

La elezione del primo presidente islamista nel mondo arabo - un evento impensabile ancora 18 mesi fa - ha prodotto il solito effetto: c'è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. Gli ottimisti sottolineano che Mohammed Morsi si è impegnato a essere «il presidente di tutti gli egiziani», a rispettare i diritti delle donne e delle minoranze, a onorare i trattati internazionali, a collaborare con l'esercito e ha formalmente rinunciato alla sua militanza nei Fratelli Musulmani.
I pessimisti sono invece convinti che queste siano solo parole di circostanza, che presto le ben note idee fondamentaliste del neopresidente (per esempio che solo un musulmano maschio può diventare capo dello Stato) prenderanno il sopravvento e che gli stretti legami dei Fratelli con Hamas e il sostegno promesso da Morsi ai palestinesi «per la loro giusta lotta» porteranno a una denuncia dei trattato di pace con Israele. In questo quadro, pare abbastanza assurdo il comportamento dell'amministrazione Obama, che ha sostenuto piuttosto apertamente Morsi nel suo scontro con il candidato dei generali Shafik, fino a definire la sua elezione «una pietra miliare nella transizione dell'Egitto verso la democrazia». In pratica, sostengono i repubblicani, l'America ha appoggiato i suoi avversari di sempre contro i suoi alleati trentennali.
La proclamazione di Morsi a presidente è peraltro ben lungi dal risolvere il conflitto tra i Fratelli e l'establishment militare, cui rimangono molte carte da giocare. Alla vigilia del ballottaggio, la Corte Suprema (ancora formata da giudici nominati da Mubarak) ha annullato per un cavillo le elezioni legislative, in cui i Fratelli e gli estremisti Salafiti avevano ottenuto il 70 per cento dei voti, e il Consiglio supremo militare ha proclamato una Costituzione provvisoria che priva il presidente di molti dei suoi poteri, riserva alla giunta il potere legislativo e il controllo dei bilanci e reintroduce virtualmente la legge marziale. Morsi ha contestato questi provvedimenti, impegnandosi a giurare non davanti alla Corte, ma davanti al Parlamento (ufficialmente disciolto), e ha assicurato che la piazza non smobiliterà fino a quando i generali non faranno marcia indietro e avvieranno un processo costituzionale democratico. Il segretario generale dei Fratelli El Beltagui ha precisato che «il presidente è anche il comandante delle Forze armate e sta quindi ai militari tornare nelle caserme». Da come si risolverà questo braccio di ferro dipenderà in larga misura se Morsi sarà un presidente a pieno titolo, o soltanto a mezzo servizio, costretto a venire a un compromesso con i militari.
Al di là di questo dualismo, il compito che attende Morsi è da far tremare le vene e i polsi. Per acquistare credibilità presso la quasi metà della popolazione che gli ha votato contro, dovrà cercare di cooptare nel nuovo governo le forze laiche, che all'inizio sono state l'anima della rivoluzione, venire a patti con una burocrazia tuttora fedele al vecchio regime e soprattutto raddrizzare una economia che dall'avvento della «primavera» è andata di male in peggio.