Ora Romney vuol rubare i voti neri a Obama

Il repubblicano tenta di sfruttare la breccia nel consenso all'avversario. Si presenta alla convention della più importante organizzazione black: tanti fischi, qualche applauso

Di sicuro è stato coraggioso, Mitt Romney. E non si è neppure scoraggiato per i fischi con cui l'hanno accolto alla convention della Naacp, la National association for the advancement of colored people, che da oltre un secolo difende i diritti degli afroamericani. Pieno territorio nemico. Casa di Obama, anche se il presidente non c'era: quest'anno ha spedito il vice Biden e il ministro della Giustizia Holder a parlare al suo popolo black.

E dire che il presidente non può più dare così per scontato il voto nero, c'è insoddisfazione fra le comunità deluse dalla politica economica e dalla povertà che le ha colpite ancora più duro, proprio quando alla Casa Bianca abita il loro primo rappresentante. Una opposizione interna e serpente che ha trovato la voce di Morgan Freeman: insidiosissimo, l'attore icona nera del cinema, che l'altro giorno ha spiegato che il primo presidente nero degli Stati Uniti ancora deve arrivare, certo non è Obama, «di razza mista». È in questa increspatura nel consenso più scontato al suo avversario, che Mitt Romney vuole provare a infilarsi. E l'ha fatto appunto ieri alla convention di Houston, Texas, varcando la soglia di un tempio che il nemico ha snobbato. L'esordio è stato poco soft, è vero, una valanga di buuuu, ma se l'è cercato con un lapidario: «Ucciderò l'Obamacare». Il presidente ha conquistato «il 96 per cento del voto nero» nel 2008: lo sa Obama, e lo sa Romney, che ieri l'ha ricordato. Ma il repubblicano ha sostenuto il suo appello: «Se capiste veramente chi sono votereste per me». Ha spiegato: «Se non fossi convinto di poter aiutare le famiglie di tutte le razze, non mi sarei candidato alla presidenza». Ha detto che vuole lottare contro la povertà: «È un nonsenso dire che corro per la presidenza solo per aiutare i ricchi», anche se ogni giorno gli avversari gli ricordano i conti in Svizzera e alle Cayman e alle Barbados, giretti offshore che ancora nessuno è riuscito a chiarire, anche perché Romney ha pubblicato i redditi di un solo anno. E i democratici gli rinfacciano che perfino il padre George, quando puntava alla presidenza negli anni Sessanta, rese pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei dodici anni precedenti. Ma Romney ha detto che si batterà per combattere «le molte barriere e le tante vecchie ingiustizie che ancora restano in America», e chissà se basterà per risicare qualche migliaio di quei voti (black) che quattro anni fa regalarono la vittoria a Obama in North Carolina e Virginia. L'88 per cento dei neri sostiene ancora l'operato di Obama, ma secondo lo stesso leader della Naacp sarà difficile che il presidente riesca a ispirare lo stesso entusiasmo del 2008. Per l'Herald Tribune Romney può fare meglio di John McCain e tornare forse all'undici per cento che guadagnò George W. Bush nel 2004.

Illusioni? Può darsi. Ma intanto Obama ieri non c'era, era volato sulla costa ovest, in California, a raccogliere fondi, perché negli ultimi mesi il suo team ha battuto cassa, ma non quanto i repubblicani: a giugno Romney ha ricevuto donazioni per 106 milioni (record di questa campagna) contro i 71 raccolti da Obama, battendo il presidente per il secondo mese di fila. E allora se può sconfiggere il democratico su uno dei suoi punti forti, il fundraising, perché non pensare di colpirlo anche nella sua base elettorale? E anche, perché no, scegliere un vice presidente donna, come ha rivelato la moglie Ann: «Abbiamo pensato a questa ipotesi, mi piace». È vero che la coppia McCain-Palin non ha avuto molta fortuna, ma era il 2008. In fondo Romney qualche applauso l'ha pure ricevuto, ieri, a Houston.