reportage

da Erevan

La mia lunga strada verso Erevan inizia a Kars, in Turchia, che si trova a pochi chilometri dall'Armenia e dove siamo arrivati in aereo da Istanbul. La frontiera è chiusa dal 1993, a causa dei problemi diplomatici fra i due Paesi e quindi per arrivare a destinazione siamo costretti a passare dalla Georgia, dove c'è appena stata una guerra. Un angolo di Caucaso, quello fra Turchia, Armenia e Georgia, di una bellezza che lascia senza parole.
L'autista si chiama Rohjmi. È grasso, sudato, ha 45 anni ma ne dimostra molti di più. Alla frontiera vicino a Poros lo conoscono tutti. Traghetta con la sua Trabant le persone che passano dal varco e le porta dalla Georgia al confine con la Turchia, in cerca di fortuna o per lo meno di una vita meno piena di odio. Quando vede quattro giornalisti stranieri che vogliono fare il percorso opposto per arrivare al confine con l'Armenia non crede ai suoi occhi, oltre a cercare di spillargli più soldi possibile.
Dopo un'ardua contrattazione, si parte. Rohjmi mi chiede di dare un occhio allo specchietto retrovisore per tutta a durata del viaggio, non per sicurezza, ma perché potremmo perderlo in ogni momento e di dare ogni tanto un colpetto al cruscotto, perché dalla mia parte tende a cascare. Sembra simpatico, parla un turco molto corretto, ma io cerco di intavolare una conversazione in russo. «Scordati di parlare quella lingua con me - mi dice, gelandomi - ce l'hanno imposta per troppi anni e adesso voglio pensare che posso dimenticarmela, se non ci ammazzano tutti prima».
Seguono minuti di silenzio, non perché l'aria sia diventata tesa, ma perché le condizioni del percorso hanno il potere di farmi stare zitta. La strada che porta alla frontiera armena di Bavra è completamente sterrata e piena di buche e il nostro tragitto è continuamente interrotto da mandrie di mucche che attraversano come se fossero le vere padrone della zona. Rohjmi si fa il segno della croce a ogni chiesa che incontriamo, io, con discrezione per non offenderlo, a ogni buca che prende la Trabant. L'ambiente intorno è uno splendore difficile da descrivere. «Dovresti vedere quanto è bella l'Abkazia - mi dice Rohjmi - per questo i russi ce la vogliono portare via. Ci vogliono portare via tutto».
La frontiera con l'Armenia arriva dopo quattro ore, centinaia di buche e otto soste per mettere acqua fresca nel radiatore. Qui che la musica è cambiata te ne rendi conto dalla tenuta dei soldati di frontiera. Non più camicie mezze sbottonate, portate con disinvoltura fuori dai pantaloni per il caldo, ma uniformi stirate e inamidate e cappelli rigidi come il loro modo di fare. Ci lasciano varcare il confine solo dopo un'ora di controlli, colloqui e rimproveri perché non abbiamo compilato in maniera corretta i documenti per il visto. Il nostro lasciapassare per Erevan si chiama Bahalayan. Ci carica gratis sulla sua Nissan nuova di pacca perché dice che ci ha preso in simpatia. Viaggiamo su una strada perfettamente asfaltata, con decine di distributori durante il tragitto. Con lui posso finalmente esercitare il mio russo, che è piuttosto superficiale quanto il suo inglese. Ma con questo misto linguistico riesce a comunicarmi quanto sia importante per l'Armenia la partita di calcio con la Turchia. Mi spiega che l'Armenia si deve aprire all'estero, che deve sfruttare il boom economico e che il primo passo è proprio recuperare i rapporti con Ankara.
L'impatto con Erevan è positivo. Ha l'aspetto della città che ce la sta mettendo tutta, con i nuovi quartieri che stanno sorgendo in prossimità del centro, opportunamente già monopolizzati da marchi stranieri e multinazionali.
Lo stadio sorge vicino al monumento che commemora il Genocidio armeno, che Ankara si è sempre rifiutata di riconoscere, contrapponendo la sua versione dei fatti. Siamo lì, dopo aver attraversato un pezzo di Caucaso come 4 pellegrini. Non ci sembra quasi vero. Davanti alla tribuna presidenziale viene esposto uno striscione che chiede il riconoscimento del genocidio armeno. L'Istiklal Mars, l'inno turco, non si riesce a sentire da tanto i tifosi armeni lo fischiano. I giornalisti turchi in tribuna non fanno una piega e cantano a squarciagola, anche se sanno che non li può udire nessuno, con quella riverenza per la nazione che pochi popoli hanno come loro. Ma rimangono sull'attenti, rispettosi, anche quando viene eseguito l'inno armeno. A sinistra riesco a scorgere il presidente Abdullah Gül e la sua controparte Serzh Sargsyan seduti vicini, che parlano. Anche questo non mi sembra quasi vero.