Dalla protesta allo scontro, la guerra in Siria in Return to Homs

Un documentario premiato al Sundance Festival racconta la città simbolo della rivoluzione siriana

Londra - "Siamo o non siamo gli eredi di Khaled?". I rivoluzionari di Homs si fanno coraggio così, evocando la figura di Khaled ibn al-Walid, il condottiero dell'Islam che ha il suo santuario - danneggiato dagli scontri - nel quartiere di Khaldiyeh.

I manifestanti di quella che nel 2011 era ancora la protesta pacifica dei siriani cantano per le strade l'orgoglio di Homs, la "capitale" della rivolta contro il regime di Damasco. La macchina da presa di Talal Derki inizia a girare in questo periodo le immagini che, dopo tre anni di lavoro, diventeranno il documentario Return to Homs.

A capo delle manifestazioni, a intonare gli slogan, c'è Abdel Basset Sarout, portiere diciannovenne della nazionale di calcio giovanile e del Karama, il team della città. Insieme a lui Usama al-Homsi, uno dei molti attivisti che impugneranno una telecamera e un computer portatile, per raccontare dall'interno quanto succede in un Paese dove per i giornalisti diventerà sempre più pericoloso entrare.

Orwa Nyrabia, siriano, originario di Homs, è il produttore del documentario, ma anche la mano che ha girato la prima parte del film. "Sarout era il simbolo del pacifismo", spiega in collegamento Skype con la sala londinese dove viene proiettato il lavoro di Talal Derki, pellicola con cui si chiude il Human Rights Watch Film Festival.

In novanta minuti, Return to Homs racconta l'evoluzione della guerra di Siria e il mutamento inevitabile di due dei suoi protagonisti. Basset, che lascia il megafono da cui lanciava gli slogan per il fucile, quando la repressione delle proteste si fa più dura. Usama, che continua il suo lavoro da attivista, fino a che, ferito, lascia la città e viene incarcerato dal regime, di ritorno da un ospedale sul confine siro-libanese. Da allora di lui non si sa più nulla.

Presentato lo scorso anno al Festival del documentario di Amsterdam, premiato al Sundance Festival, il film di Talal Derki racconta la storia di una città e di una nazione attraverso le vicende individuali di due uomini, di 19 e 24 anni. Porta gli spettatori tra le macerie dei "quartieri liberati", con l'unica pecca di spiegare forse poco del contesto, catapultando chi guarda al centro dell'azione.

Nel tentativo di spiegare il dramma siriano, Return to Homs non risparmia nulla agli spettatori: non i cadaveri dei bambini, ma neppure la devastazione dei quartieri contesi, da cui chi ha potuto è scappato. Altri sono rimasti fino al 2014: oltre mille persone sono state evacuate a febbraio, durante un tregua concordata tra ribelli e forze governative.

"Non immaginavamo che il film sarebbe stato ultimato prima della fine della rivoluzione", dice Orwa Nyrabia, che a causa del documentario è stato arrestato e trattenuto per tre settimane nel 2012, poi costretto a lasciare la Siria. Prima della conclusione di Return to Homs la città e gli affetti di Basset, rimasto unico protagonista, si sgretolano: distrutti gli uni, morti e feriti gli altri.

La guerra di Siria ha causato - la stima è degli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani - 146mila morti. Le Nazioni Unite hanno smesso a gennaio di aggiornare i dati, nell'impossibilità di verificarli. A chi combatte Assad si sono aggiunti gruppi di estremisti in conflitto con gli stessi ribelli.

"Il fenomeno non smetterà di crescere", abbozza Nyrabia, che vede nel fallimento del dialogo politico il motivo del "successo" degli estremisti. Ma non risparmia neppure le critiche: "Islam, islamismo, radicalismo. Troppo spesso l'Occidente non coglie le differenze".

Commenti

mila

Sab, 29/03/2014 - 17:30

Non si da' nessuna spiegazione sulle cause di tale disastro.