La ribellione arriva a Damasco: un piano di fuga per gli europei

È la prima volta che a Damasco i combattimenti arrivano così vicino ai palazzi del potere. Ieri, secondo attivisti siriani, i blindati delle forze governative sono entrati nel quartiere sunnita Al Midan, non lontano dalla città vecchia di Damasco, nel Sud della capitale, dove le manifestazioni contro il regime sono state intense sin dall'inizio della rivolta. In molti video messi on line da gruppi ribelli si vedono uomini armati che cercano copertura dietro a blocchi di cemento, strade deserte, negozi chiusi. E si sente il suono dell'artiglieria e dei colpi di fucile.
Si combatte da domenica a Damasco e non soltanto ad Al Midan, ma anche in altri quartieri - Kfar Souseh, Tadamon, Zahira, dicono gli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani. Quella di queste ore, spiegano, è una «svolta» in 16 mesi di violenze. «Sembra emergere una nuova strategia, che sta portando i combattimenti nel centro della capitale - ha detto l'attivista Mustafa Osso all'Ap - Prima Damasco era una città sicura. Questo disturberà il regime». La battaglia si avvicina dunque al cuore della capitale, finora relativamente più calma rispetto al resto del Paese. E sarebbe già pronto, in caso di un aggravarsi della situazione, un piano di evacuazione di tutti gli stranieri presenti in Siria, 25mila tra cui circa 600 italiani, la maggior parte con doppia cittadinanza. Sarebbe stato testato la settimana scorsa con mezzi americani, italiani, francesi, britannici.
L'aggravarsi delle violenze è rafforzato dalla decisione della Croce rossa di definire per la prima volta gli scontri in Siria una «guerra civile». Non si tratta di un dettaglio di terminologia. I combattenti in un conflitto intestino sono infatti soggetti alla Convenzione di Ginevra e quindi più esposti a inchieste internazionali. Nelle ultime ore ci sono stati scontri tra Esercito libero e forze governative anche ad Aleppo, Hama e Idlib. Secondo l'emittente Al Arabiya, che cita fonti dei Comitati locali di coordinamento, gruppo siriano anti-regime, ieri 50 persone sarebbero morte nei combattimenti, quattro nella capitale. Secondo gli attivisti e i ribelli, l'esercito sarebbe entrato anche a Qafra, vicino a Daraa, non lontano dal confine con la Giordania, in cerca dei familiari di Yasin Gazale, un funzionario dei servizi segreti che avrebbe disertato. Non sarebbe l'unica defezione delle ultime ore: secondo Al Jazeera anche l'ex capo del programma di armi chimiche del regime, Adnan Sillu, avrebbe raggiunto i leader dell'Esercito libero. Se le notizie fossero confermate, i nomi dei due funzionari del regime si andrebbero ad aggiungere a quello di Nawaf Fares, ex ambasciatore siriano in Irak, e di Manaf Mustafa Tlass, ex comandante delle Guardie repubblicane.
Cresce con l'aumento delle violenze l'isolamento internazionale di Damasco. Fonti europee hanno fatto sapere che sarà presto pronto un nuovo round di sanzioni contro i leader siriani e le società vicine al regime. Il Marocco ha espulso l'ambasciatore siriano e la Siria a sua volta ha dichiarato il diplomatico marocchino persona non grata. Damasco però non perde il vitale appoggio russo. Ieri, in una conferenza stampa a Mosca, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha parlato di «elementi di ricatto» nell'approccio dell'occidente alla crisi siriana. Poche ore dopo, ha incontrato l'inviato delle Nazioni unite e della Lega araba per la Siria, Kofi Annan, che tenta di mediare e rivitalizzare un piano per mettere fine alla crisi ormai da tempo bloccato e oggi incontrerà Putin. E nelle stesse ore l'Iran, alleato del regime di Bashar El Assad, ha fatto sapere attraverso il suo ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi di essere pronto a mediare tra le parti per una soluzione del conflitto.