Sakineh e Asia, due donne a un passo dalla morte

Due donne sulla soglia del patibolo. Due donne tra vita e morte. Due donne vittime dal fanatismo di chi tra Pakistan e Iran vuole sotterrarle nel nome della sharia, la legge islamica. Sul fronte iraniano il regime torna a ribadire la colpevolezza di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata prima alla lapidazione per adulterio e poi all’impiccagione con l’accusa - mai provata - di aver assassinato il marito. Sul fronte pakistano esplode, invece, il caso di Asia Bibi, una cristiana di 45 anni madre di cinque figli condannata a morte per blasfemia, ovvero per aver insultato la religione islamica.
La tragedia di Sakineh si riaccende sul secondo canale della tv iraniana dove, come già in precedenza, la donna viene condotta e costretta ad autoaccusarsi. Il suo volto è oscurato ma al regime interessa solo la sua voce, quella voce che sussurra «sono una peccatrice». Le tre parole pronunciate in azero, lingua madre di Sakineh, e sottotitolate in farsi sono probabilmente il frutto di nuove torture, ma rischiano di diventare il prologo di un esecuzione rimandata più volte a causa delle pressioni internazionali.
Sul fronte pakistano esplode invece - grazie ad un appello lanciato dell’agenzia cattolica Asia News - il caso di Asia Bibi, la contadina cristiana condannata a morte il 7 novembre scorso per blasfemia. Il suo caso è simile a quello di decine di altri cristiani pakistani condannati a morte in nome di una legge folle introdotta 30 anni fa dal dittatore Zia Ul Haq. Una legge che prevede la morte per chiunque sia solo sospettato d’insultare l’islam. Anche nel caso di Asia le accuse sono labili, imprecise, pretestuose. La vicenda inizia nei campi intorno a un villaggio del Punjab dove Asia piega la schiena assieme a decine di contadine musulmane. Tra una sosta e l’altra le compagne, ispirate forse dal marito imam di una di loro, cercano continuamente di convincerla a rinnegare il cristianesimo. Fino a quando lei, stufa ed esasperata, racconta il sacrificio di Gesù morto sulla Croce per salvare l’umanità. Poi mentre quelle la guardano incredule, sfida i loro sguardi, chiede se per loro e per gli altri musulmani Maometto abbia fatto qualcosa del genere. Apriti cielo. Un attimo dopo quelle le sono addosso, la bastonano, cercano di linciarla. E quando arriva la polizia non è per salvarla. Asia sbattuta in galera, attende per un anno il suo giudice. Quando se lo ritrova davanti è soltanto per ascoltare quella condanna a morte pronunciata nel nome della legge islamica.
Certo le condanne per blasfemia vengono regolarmente cancellate in appello, ma il problema in Pakistan è riuscire ad arrivarci vivi. Negli ultimi tempi ben 33 “infedeli” condannati per blasfemia sono morti in detenzione. Alcuni sono stati assassinati dalle guardie o dai compagni di prigionia. Altri sono stati ammazzati da qualche fanatico appostato dentro o fuori il tribunale. Il caso più recente è quello del pastore Rashid Emmanuel e di suo fratello Sajjad, due protestanti colpiti a colpi di pistola al viso lo scorso 19 giugno davanti corte di Faisalabad. E al triste conteggio vanno aggiunti i massacri commessi nei villaggi di Gojra, Korian, Kasur, Sangla Hill, dove donne e bambini cristiani sono sono stati uccisi o arsi vivi nelle case solo perché un membro della comunità era stato accusato di blasfemia.