Scegliere il banchiere centrale? Ora è una missione impossibile

Israele in imbarazzo, troppi candidati bruciati da scandali. Negli Usa è guerra da mesi. E Londra sceglie un canadese

Tel Aviv - La nomina del governatore della Banca centrale è ormai una saga. È stato chiaro a tutti in Israele quando le tv hanno rivelato che Leo Leiderman, candidato alla poltrona, consulta da anni un astrolgo. L'influsso delle stelle, però, non garantisce abbastanza sicurezza agli investitori, soprattutto ora: i numeri dicono che nel 2014 la crescita dell'economia israeliana scenderà al 3,2% rispetto al 3,8 di quest'anno.

L'astrologo resta una nota di colore in un processo di scelta che in queste ore in Israele sta imbarazzando premier e ministro delle Finanze, rivelando come, qui e altrove, la guerra per il potere si giochi ormai più nei corridoi delle banche centrali che nelle cancellerie politiche. È diventato «un circo», hanno scritto i giornali, criticando Benjamin Netanyahu e Yair Lapid per non essere stati in grado in oltre un mese di trovare un valido sostituto a un economista di statura come Stanley Fischer, mentore di altri uomini ai vertici di istituti centrali come Mario Draghi e Ben Bernanke. Leiderman, stelle a parte, si è ritirato dalla corsa venerdì, mentre in Israele circolano voci su accuse di molestie quando lavorava anni fa a Deutsche Bank.

Un altro candidato, Jacob Frenkel, ha abbandonato la settimana scorsa, dopo aver tentato di gestire la denuncia - mai formalizzata - di aver rubato (una bottiglietta di colonia) all'aeroporto di Hong Kong nel 2006. Il candidato perfetto sarebbe ora Karnit Flung, la numero due della Banca centrale. Si sarebbe però offesa quando Netanyahu, dopo il flop di Frankel, ha avanzato l'ipotesi Leiderman senza lasciare il passo alla signora. L'opposizione ha parlato invece di «sessismo».
Ora, senza un nuovo nome da proporre, premier e ministro delle Finanze devono anche accertarsi che i banchieri, noiosi e grigi nell'immaginario comune, non abbiano scandali da nascondere: «È venuto fuori che i professori di economia sono un gruppo vivace e agitato», avrebbe detto Lapid. Assieme a Netanyahu, il ministro pensa ora di cambiare il processo di nomina del governatore: potrebbe essere scelta una rosa di candidati sottoposti al dettagliato scrutinio di un comitato.

«Quando si tratta di scegliere il nuovo capo della Banca centrale, Israele batte gli Stati Uniti di un miglio in teatralità», scrive Bloomberg. Un tempo sarebbe stato difficile trovare qualcuno capace di ricordare i nomi dei banchieri centrali. Oggi, in epoca di crisi economiche e finanziarie, il ruolo delle Banche centrali è cruciale per le sorti politiche di governi e politici. Ed è così che le nomine ai vertici degli istituti non sono più relegate alle pagine di economia, ma diventano appassionanti fogliettoni giornalistici.
Ben Bernanke, negli Usa, termina il suo mandato alla Fed a fine anno. Eppure sui quotidiani americani, si parla già di «guerra» tra candidati. Il New York Times racconta come la lotta sia tra le «California girls» e i «Rubin boys»: tra Janet Yellen, accademica della sinistra californiana, ex studentessa di Berkley - come un'altra singora tra i consiglieri economici di Barack Obama, Christina Romer - e Lawrence Summers, della cordata dell'ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, Robert Rubin.

Anche a Londra non è stato facile trovare l'uomo giusto. I britannici sono andati addirittura fino in Canada, uno dei Paesi che meglio ha navigato la crisi finanziaria del 2008. Hanno dato la poltrona a Mark Carney, ex capo della Banca centrale canadese, il primo straniero alla guida dell'istituzione in 318 anni. Le ripercussioni politiche sono state importanti per il poco amato Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne che, dopo un primo rifiuto del corteggiato economista, ha annunciato a novembre la sua nomina e incassato un inaspettato successo.
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