Siria, ieri oltre 300 morti E il raìs prepara la fuga

Dopo l'esplosione che ha mercoledì ha colpito i vertici degli apparati di sicurezza del regime, molti leader mondiali si sono chiesti se Bashar El Assad fosse ancora in controllo del Paese. Il rais nell'attentato ha perso alcuni tra i suoi più fidati consiglieri. È morto ieri, a causa delle ferite riportate, anche il capo della Sicurezza nazionale, il generale Hisham Bakhtiyar.
Con le violenze a Damasco sempre più vicine al palazzo, cresce nella regione l'inquietudine sulle sorti della Siria. Il potere del rais è in bilico e non ci sono segnali che indichino la possibilità di una transizione pacifica. A una radio francese l'ambasciatore russo a Parigi Alexander Orlov ha detto ieri di credere che Assad sia pronto a lasciare il potere «in maniera civile». Damasco ha smentito le sue parole. Non sembra avvicinarsi dunque una soluzione alla crisi. Il Consiglio di Sicurezza ha deciso di estendere la missione degli osservatori dell'Onu. Il presidente russo Vladimir Putin, dopo il veto di giovedì di Mosca e Pechino a una risoluzione su nuove sanzioni a Damasco, ha chiesto alla comunità internazionale di non agire unilateralmente.
A Damasco e in altre città continuano i combattimenti. L'Esercito libero siriano avrebbe conquistato nelle scorse ore un varco di confine con l'Irak - notizia confermata dalle autorità di Bagdad - e con la Turchia (secondo fonti ribelli). Le forze del regime hanno invece annunciato di aver ripreso controllo del quartiere di Midan, nel Sud della capitale. Per l'Osservatorio siriano per i diritti umani, ieri sarebbe stato il giorno più sanguinoso della rivolta, con quasi 300 vittime. Al Arabiya ridimensiona il numero a 150. Le sorti della Siria preoccupano sia alleati sia governi ostili ad Assad in Medio Oriente. Il segretario della Lega araba Nabil Al Araby ha parlato di rischio per «l'intera regione». Nelle ultime 48 ore, secondo i dati dell'Onu, 35mila profughi siriani sono entrati in Libano, in fuga dalle violenze. E un «flusso ininterrotto» ha attraversato il confine con la Giordania. Amman, Beirut e Bagdad temono che i profughi possano diventare una minaccia ai loro fragili equilibri interni e guardano preoccupati a un eventuale vuoto di potere che possa fare della Siria un territorio senza legge, paradiso per estremisti e gruppi armati.
Arabia Saudita e Turchia, favorevoli a un'uscita di scena del rais, temono però che lo sgretolarsi del regime possa creare scontri settari tra la minoranza alawita al potere e il 70% della popolazione sunnita. Per il regno sunnita saudita, la fine del regime sarebbe comunque una buona notizia: Riad spera nell'indebolimento dell'influenza dell'Iran sciita nel mondo arabo, nella rottura dell'asse Damasco-Teheran-Hezbollah. Il primo segno di questa debolezza è arrivato mesi fa, quando a Gaza i palestinesi di Hamas, sostenuti da Teheran e Damasco, hanno preso le distanze dalla Siria condannando le repressioni del regime. Anche le milizie sciite di Hezbollah in Libano risentirebbero di un crollo a Damasco. Il segretario generale Hassan Nasrallah mercoledì, in tv, ha compianto i vertici siriani uccisi nell'esplosione di Damasco, chiamandoli «compagni d'armi» contro «il nemico israeliano». Nella guerra contro Israele del 2006, ha detto, «le armi più valide in nostro possesso erano siriane», «non soltanto in Libano ma anche a Gaza». Con la fine di Assad, il Partito di Dio perderebbe dunque la sua principale linea di rifornimento. Per questo, un crollo del regime è nell'nteresse del vicino israeliano. Per il premier Benjamin Netanyahu dietro all'attentato che mercoledì ha ucciso cinque israeliani in Bulgaria ci sarebbe Hezbollah. Anche Israele però teme l'instabilità del giorno dopo. Siria e Israele sono tecnicamennte in guerra, ma allo stesso tempo gli Assad hanno mantenuto per decenni il confine Nord pacifico. In futuro, ha detto il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak - che come il suo omologo americano Leon Panetta e il re giordano Abdullah II ha detto di essere preoccupato per le sorti dell'arsenale chimico siriano - la zona frontaliera rischia di diventare un'area senza legge.
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