Soldati e promesse per frenare la rivolta

Si è presentata alle 21 (le 2 di notte in Italia), con un tailleur giallo canarino e la voce stentorea rotta qua e là dall'affanno. Con quel Minhas amigas e meus amigos de todo o Brasil Dilma Rousseff ha tentato di rassicurare il popolo che si è riversato ormai da giorni per le strade. Ha addirittura rivolto un plauso ai manifestanti, «purché l'atteggiamento rimanga civile e pacifico», ha tentato in ogni maniera di essere credibile facendo leva sullo spirito nazionalistico, ma ha fallito in pieno nel suo intento. In pochi hanno creduto alle parole pronunciate dalla presidentessa del Brasile. Tant'è che i leader della rivolta, soprattutto quelli dello zoccolo duro del «Movimento Passe Livre» di Sao Paulo, hanno deciso di andare avanti, chiedendo addirittura l'abolizione dei ticket per bus, pullman e treni. La gente è scesa per le strade in ben 32 città. Il dissenso si sta allargando a macchia d'olio e le richieste ormai sono tra le più disparate: si va dai diritti per i gay a Sao Paulo, alla richiesta di riduzione dei poteri dei pubblici ministeri a Brasilia. E nel mezzo vandalismo e saccheggi allo stato puro.
«Dona» Dilma ha giocato la carta dei sentimenti, tentando di costruire un patto con i 200 milioni di brasiliani, ma dalle reazioni della gente, che parla di discurso roto e inconsistente, è facile intuire che si è trattato di un flop. In particolare la Rousseff si è impegnata a migliorare i servizi pubblici e a intervenire per rendere più trasparente il sistema politico di una nazione «segnata da grandi diseguaglianze sociali». Ha promesso di dare una svolta al servizio sanitario destinando il 6% delle entrare petrolifere e promuovendo persino «il reclutamento di medici provenienti dall'estero se sarà necessario». Poi ha toccato il tasto più dolente, quello degli investimenti nello sport, tra Confederation, Mondiali e Olimpiadi. «Siamo l'unica squadra ad aver partecipato a tutte le edizioni dei mondiali di calcio e ad averli vinti cinque volte, faremo un grande mondiale, ne sono sicura», ha promesso, sottolineando che «il denaro per la costruzione degli stadi non ha sottratto risorse all'istruzione o alla sanità». Mentre pronunciava queste parole il ministro della difesa Celso Amorim si riuniva con il capo dell'esercito, il generale Enzo Martins, per blindare le sei città che stanno ospitando la Confederation Cup. Si temono nuovi incidenti e il Brasile sta giocando la carta della disperazione per far credere che tutto procede per il verso giusto, ma il rischio di perdere la Coppa del Mondo del 2014 è tutt'altro che remoto.
La Fifa ha ribadito che la kermesse andrà avanti, anche se ieri sera la gara tra Italia e Brasile si è disputata a Salvador de Bahia nel clima surreale di uno stadio blindato dall'esercito. La zona dove sorge il «Fonte Nova» è rimasta interdetta sei ore prima dell'inizio della partita e fino a due ore dopo il fischio finale. Non certo un ben augurante biglietto da visita per lo sport e per le velleità del Paese. «Il governo brasiliano dovrà fornirci in breve tempo tutte le garanzie del caso sulla stabilità interna, che oggi purtroppo si sta dimostrando lacunosa», ha affermato il direttore del comitato esecutivo della Fifa l'irlandese Jim Boyce. Sotto traccia si stanno valutando strade alternative. Per accoglienza, infrastrutture e impiantistica gli indizi di un radicale cambio di rotta portano verso la Gran Bretagna.

Commenti

kcastellano

Dom, 23/06/2013 - 16:12

E'il risultato delle politiche social-comuniste illuminate, ossia fare i froci col culo degli altri. Il bello e' che tanti media glorificavano i risultati del Brasile come "il boom economico dal volto buono", comunque coi cattivi capitalisti sfruttatori di operai che abbiamo qui' noi la pace sociale non e' mai stata messa in discussione.