La storia

Se sei cattolico non ti è concesso di giocare a pallone. Nell'inferno iracheno gli scontri tra le etnie si trasformano in religiosi e travolgono con furia inaudita anche lo sport. A farne le spese è il Mosul Football Club, squadra della città che sorge a 400 km a nord ovest di Bagdad e ultima roccaforte del cristianesimo nella regione islamica. A tre settimane dall'inizio del campionato la formazione in casacca verde ha dato forfait. Le continue minacce di morte nei confronti di due calciatori cattolici hanno indotto la dirigenza a prendere una prolungata pausa di riflessione.
A Mosul temono che possa scorrere altro sangue come sta accadendo da giorni nella comunità caldea di Bagdad. «Non ci sono le condizioni per disputare le partite. Anche le trasferte potrebbero nascondere insidie. Metà delle squadre iscritte alla prima divisione sono di Bagdad, dove in questo momento la situazione è intollerabile. Per molto meno in passato è accaduto di peggio nei nostri stadi». Non si nasconde certo dietro a un dito l'allenatore Mohammed Fathi. Teme per l'incolumità dei suoi ragazzi. Soprattutto per Qussay Ayid e Yassir Eidan, convertiti al cristianesimo e battezzati dal vescovo Emil Shimoun Nona. I precedenti sono tutt'altro che rasserenanti: esattamente sei mesi fa due diversi attentati contro autobus che portavano studenti cristiani alla locale università Al Shifaa provocarono la morte di un ragazzo e il ferimento di altri ottanta.
L'enclave cattolica di Mosul è la più popolosa dell'Irak con circa 25mila battezzati su una popolazione di circa 2 milioni. C'è una cattedrale dedicata a San Paolo, dove i calciatori hanno ricevuto il sacramento, e altre dieci parrocchie. Padre Emil, che ritiene «vile il ricatto nei confronti della squadra», è stato ordinato arcivescovo il 5 maggio del 2009 dopo il barbaro assassinio del suo predecessore Paulos Faraj Rahho. Il calcio sembrava una sorta di isola felice, ma Al Qaeda non ha affatto intenzione di fermarsi di fronte alla sana passione sportiva. I mujaheddin considerano lo stadio «rifugio osceno del sionismo» e i calciatori «nemici dell'Islam».
Qussay Ayid e Yassir Eidan stanno valutando la possibilità di rifugiarsi all'estero. Secondo la stampa locale si starebbero accordando con un club della serie cadetta svedese. Si tratta dell'Ik Sirius di Uppsala, lo stesso nel quale per un breve periodo militò anche il portiere della nazionale irachena Noor Sabri. Anche lui allontanatosi da Baghdad per reiterate minacce di morte per via delle sue origini sciite.
La vicenda dei due giovani attaccanti ricorda quella vissuta nel confinante Iran dal difensore nigeriano Taribo West (ex di Inter e Milan). Dopo aver firmato nell'estate del 2007 un contratto con il Paykan di Teheran, fu costretto a lasciare il Paese perché gli estremisti mal tolleravano che si portasse appresso la Bibbia dopo la sua conversione al movimento pentecostale.