Sud America, l’Ecuador entra nell’alleanza anti-imperialista

Il presidente Correa si insedia predicando la «fine del neoliberalismo». Ad applaudirlo c’erano Chavez, Morales, Ortega e l’iraniano Ahmadinejad

da Washington

Da Teheran alle Ande. Il presidente iraniano Ahmadinejad è volato fino a Quito per festeggiare l’acquisizione di un nuovo socio nella «alleanza mondiale antimperialista» che egli sta cercando di costruire in tutto il terzo mondo. La recluta è il nuovo presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che è stato insediato ieri e ha colto l’occasione per «allineare» il suo Paese in quella che egli ha chiamato «una sola nazione latinoamericana» ma cui la presenza attiva ed entusiasta del collega iraniano e fondamentalista, ha conferito tratti inediti e inquietanti.
Correa era circondato e confortato dai suoi compagni della nouvelle vague di sinistra del Sud America, dal boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo Chavez: in coro con loro egli ha annunciato che «la notte neoliberale si scioglie ormai nell’alba. L’America latina si è svegliata e sta cacciando questo incubo. I nostri Paesi si stanno liberando e muovono verso un’integrazione continentale. E non negozieremo più con nessuno la dignità della patria, perché la fine dell’illusione neoliberale significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello ci troviamo di fronte non è semplicemente un’epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca. L’esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. È stata sotto il mantello del libero mercato e delle privatizzazioni, con il totale appoggio degli organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un’illusione tecnologica, che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del sistema democratico».
Correa, come si vede, usa un linguaggio più articolato che non il rozzo appello populista di Chavez e di Morales: è più giovane e più colto. Ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come economista, ma quando si arriva alla conclusione la sua «ricetta» è quasi identica a quella dei colleghi della «neorivoluzione»: con l’aggravante che il Venezuela da alcuni anni «nuota nei petrodollari», che la Bolivia può nazionalizzare i suoi giacimenti, mentre all’Ecuador queste risorse mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato Usa.
Una promessa cui si è unito ora anche l’«estraneo» venuto dall’Iran e copresidente di un’«alleanza» che ha per fine immediato un ulteriore aumento dei prezzi petroliferi e come obiettivo ulteriore la sottrazione di molte fonti energetiche agli Stati Uniti e ai loro alleati. L’Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha sostenuto che questo è un diritto «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui c’è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia, annuncerà proprio oggi di aderire a questa cancellazione.
Correa ha inserito nel suo discorso, come ridiventato di moda da qualche tempo nell’America latina, un saluto e un omaggio a Fidel Castro. Lui la benedizione l’ha ricevuta dall’uomo degli ayatollah, che ha concluso a Quito il suo periplo latinoamericano iniziato con gli abbracci di Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva una rappresentanza diplomatica a Managua.
A metterli assieme è stata una ventina d’anni fa il presidente americano Reagan, che sosteneva l’Irak nella guerra contro l’Iran e la guerriglia antisandinista dei Contras in Nicaragua e che doveva fare qualcosa per gli ostaggi americani a Teheran e ricorse a due operazioni «coperte»: la vendita di armi Usa all’Iran con un sovrapprezzo e la diversione di quei fondi ai combattenti anticomunisti in Nicaragua. Ortega fu costretto a indire elezioni e fu sconfitto. Oggi in altre, libere elezioni è tornato al potere. Un segno di più che nell’America latina il vento è davvero girato di nuovo.