Violenze e morti in Egitto ma Morsi non vuol mollare

È la stessa piazza che l'anno scorso proprio in questi giorni era scoppiata in un urlo di gioia all'annuncio della vittoria di Mohammed Morsi al voto presidenziale. Midan Tahrir, luogo e simbolo della rivoluzione del febbraio 2011, gridava invece ieri al primo leader egiziano democraticamente eletto: «Irhal», vattene in arabo. E «Irhal» era scritto in bianco sui cartoncini rossi nelle mani delle centinaia di migliaia di manifestanti che hanno bloccato il centro del Cairo e altre città del Paese in manifestazioni e cortei contro il potere del presidente.
In 24 dei 27 governatorati egiziani ci sono state proteste contro Morsi e il gruppo islamista dei Fratelli musulmani di cui il rais è uno dei leader. Il cuore delle proteste però è stata la capitale. Al Cairo, manifestazioni di segno opposto, pro e anti Morsi, hanno attirato migliaia di persone. La folla enorme di piazza Tahrir - tra bandiere dell'Egitto, canti popolari e nazionalistici, caffè e bibite fredde - ha ricordato con la protesta di ieri che quello è il luogo in cui è nato il dissenso che ha portato alla fine del regno di Hosni Mubarak e all'elezione di Morsi.
Da diverse parti del Cairo, al pomeriggio, sono partite decine di marce. L'obiettivo era il palazzo presidenziale, sulla strada verso l'aeroporto. In serata la corrente di persone in arrivo da ogni rione dell'immensa capitale continuava a crescere. Il presidente non era nell'edificio simbolo del suo potere, che da giorni è blindato e circondato da alti e spessi blocchi di cemento.
Poco lontano, nel quartiere residenziale di Nasr City, migliaia di sostenitori di Morsi hanno partecipato a una manifestazione in suo favore. Se i manifestanti di piazza Tahrir accusano il raìs e il suo movimento di aver tradito la rivoluzione, di aver dirottato la transizione democratica con toni e modi simili a quelli dell'ex regime, i sostenitori di Morsi accusano le opposizioni di voler montare un colpo di Stato contro un leader eletto, e parlano di complotto contro una legittimità affievolita ieri dai numeri della piazza.
In un'intervista pubblicata dal britannico Guardian, il presidente ha rifiutato l'idea di lasciare il potere sotto la pressione della strada (i deputati dell'opposizione insistono perché i dimostranti occupino a oltranza Tahrir) o di anticipare il voto. E nel pomeriggio, un portavoce del Palazzo ha detto ai giornalisti che «l'unica via per uscire dalla crisi è il dialogo». Nelle ore e nei giorni che hanno preceduto le manifestazioni, però, a prevalere è stata una polarizzazione politica lontana da ogni compromesso. Durante la settimana, in scontri nelle province del Nord, sono morte almeno sette persone. Il timore di violenze in vista dell'appuntamento di ieri ha portato gli egiziani a fare scorte di cibo e carburante. Molti uffici ieri hanno concesso un giorno di ferie agli impiegati, alcune banche hanno chiuso in anticipo. Le strade della trafficata megalopoli erano meno caotiche del solito.
Per tutta la giornata, le manifestazioni sono andate avanti pacifiche. Notizie di disordini sono arrivate però in serata, quando l'agenzia di stampa nazionale e un portavoce dei Fratelli musulmani hanno detto che il quartier generale del gruppo, al Muqattam, alcuni chilometri dal centro delle proteste, era sotto attacco: in serata la televisione trasmetteva le drammatiche immagini della sede in fiamme. A Beni Suef, 100 chilometri a sud della capitale, una persona è rimasta uccisa in scontri tra fazioni e si conterebbero una trentina di feriti. Quando questo giornale andava in stampa la tensione restava alta, con il numero dei morti che saliva a quattro. L'esercito - che ha fatto sapere nei giorni scorsi di essere pronto a intervenire per risparmiare al Paese di «entrare nel buio tunnel delle lotte intestine» - da giorni ha messo in sicurezza i luoghi chiave del potere. Gli elicotteri dei militari hanno sorvolato ieri il Cairo e le proteste.