Estremisti fuori. C’è solo da gioire

Gli sms sono impietosi, persino davanti alla Storia. Non era terminato ancora lo spoglio delle schede che, l’altra notte, il cinico messaggino già correva sul tam-tam dei telefonini: «Da oggi inizia la raccolta differenziata: falci da una parte, martelli dall’altra... Grazie». Il tempo di un sorriso e, poi, via: inoltra. Come se fosse così facile archiviare cinquant’anni di storia italiana: una battuta al posto di un processo a un’ideologia scaduta come una bottiglia di latte dimenticata per anni sullo scaffale di un supermarket. Come se «bandiera rossa» fosse stata eliminata ai quarti di una coppa europea: ci riprovate la prossima stagione.
No, ieri, è caduto anche in Italia il muro, solido seppur invisibile, che ancora rimaneva in piedi dopo quello di Berlino. E il fragore e il polverone del crollo hanno coperto tutto, dagli occhi lagrimosi di Bertinotti in tivvù, all’imbarazzo di Giordano e Diliberto, al sorrisetto sempre fuori posto di Pecoraro Scanio. La rivoluzione c’è stata, ma non quella che sognavano gli eredi del Sessantotto: gli elettori hanno beccato in fuorigioco gli ultimi comunisti del terzo millennio e li hanno mandati negli spogliatoi. Per sempre.
«Punto e a capo» è il laconico titolo di Piero Sansonetti sulla prima pagina di Liberazione. Come a dire: ci resta solo il futuro. «Sinistra extraparlamentare» è il lapidario e tombale grido de’ il Manifesto. E, poi, commenti e disamine sul perché sia potuto accadere. Dimenticandosi tutti che a far morire la sinistra radicale non sono state le scelte degli uomini o i fatti contingenti. Era l’idea che li spingeva ad essere già morta e sepolta da anni. Ma vendere troppe verità in un colpo solo ai propri lettori sarebbe stato eccessivo.
Stupisce, allo stesso tempo e forse ancor di più, il gridolino di dolore che s’è levato nelle ultime ore da più voci della nostra politica per la scomparsa degli ultimi comunisti dal nuovo Parlamento che verrà. Come se qualcuno, perfino nel centrodestra, rimpiangesse la mutilazione della parte più sinistra voluta democraticamente dagli italiani aventi diritto al voto. Dimenticando che «l’arcobaleno» è stato cancellato dai propri stessi elettori. E che se avesse ancora una rappresentanza nelle due Camere sarebbe unicamente motivo di preoccupazione.
Strano Paese il nostro. Per dodici anni in molti hanno accusato di incompletezza quella che è stata definita la Seconda Repubblica, senza capire che era il tempo necessario e fisiologico per arrivare a un sistema bipartitico quasi perfetto come quello uscito nello scorso weekend dalle urne. Un sistema semplificato al massimo che gli italiani volevano e con un voto democratico hanno dimostrato di apprezzare. Un sistema costruito su pochi partiti, nel quale le frange della sinistra radicale e della destra più estrema avrebbero rappresentato un ostacolo insormontabile per il lavoro di Camera e Senato.
Nessun rimpianto, quindi. Semmai qualche timore per una sinistra radicale ed extraparlamentare che perso il governo torna ad essere un partito di lotta. Una sinistra che abbandonata dagli elettori dovrà per forza di cose tornare nelle fabbriche e nelle strade per parlare alla pancia dei propri iscritti. E dovrà farlo con toni alti e aspri. Quei toni che in altre stagioni hanno caricato le molle dell’autonomia e dei no-global. E di quei gruppuscoli che ancora hanno legami con gli ultimi residui del terrorismo politico.
Se, quindi, è vero che ora nel Parlamento si potrà finalmente tornare a fare politica - che vuol dire leggi e riforme -, il rischio che nelle piazze si torni a fare politica - quella delle spranghe e delle P38 - è altrettanto probabile. È un rischio che un Paese democratico deve saper correre con serietà e fermezza. Per non cadere nel tragico errore di Prodi - o chi per lui - che portò a Montecitorio i Caruso e la mamma di un delinquente come Giuliani per ingraziarsi e tenere tranquilli i no-global e i movimenti dell’autonomia. Guai se dovessimo riservare una poltrona a ognuno che rappresenti un pericolo per il Paese.
Nicola Forcignanò