Esuberi, torna il gelo tra Fiat e governo

Pierluigi Bonora

da Milano

Fiat e governo sono di nuovo ai ferri corti. La trattativa sugli esuberi (tra mille e 2mila secondo fonti sindacali), avviata martedì con un tavolo tecnico, finora non ha portato a sviluppi. E il ritorno delle tensioni tra l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il ministro del Welfare, Roberto Maroni, rende ora più in salita il negoziato. Per i dipendenti che non rientrano più nei programmi della Fiat e per quelli dell’indotto coinvolti nella vicenda è la vigilia di un Natale con qualche tensione. A mandare su tutte le furie Maroni e il suo sottosegretario Maurizio Sacconi sono state alcune dichiarazioni rilasciate ieri da Marchionne. Per il top manager, infatti, l’opzione sulla mobilità lunga «è assolutamente necessaria per riassumere alla Fiat; dobbiamo far crescere settori tecnici e ingegneristici del gruppo».
Il messaggio di Marchionne a Maroni è stato chiaro: Fiat e sindacati, dopo un lungo periodo di gelo, hanno deciso di fare fronte comune: «Siamo totalmente uniti su quello che si può fare». E sempre l’amministratore delegato del Lingotto, che ieri ha incontrato a Roma il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Gianni Letta, ha lamentato «un trattamento un po’ diverso dal governo che ovviamente non conosce il fabbisogno della Fiat e dei sindacati». Dichiarazioni, queste, che il ministro del Welfare ha trovato «francamente sgradevoli e fuori luogo». «Confermo l’impegno del governo a risolvere i problemi dell’industria italiana e della Fiat - ha aggiunto - ma ribadisco altresì indisponibilità a fare l’ennesimo regalo a chi di doni ne ha già ricevuti molti e ricchi». Da parte sua il sottosegretario Sacconi, fin dall’inizio del negoziato molto freddo con il Lingotto, non ha mancato di porre l’accento sui gravi problemi che un cedimento del governo alle pressioni dell’asse Fiat-sindacati si presenterebbero al Paese.
«La richiesta di una deroga a quella riforma delle pensioni, che è tanto motivo di apprezzamento della Commissione europea e del Fondo monetario - ha ribadito Sacconi - si pone in contrasto con l’interesse generale del Paese riconfermato dagli ultimi indicatori della spesa previdenziale. Una deroga infatti dividerebbe, in termini anche dubbi sotto il profilo costituzionale, i diritti soggettivi dei lavoratori e aprirebbe una falla probabilmente irreversibile. Anche il sindacato confederale sa, peraltro, che bisogna evitare strumenti tali da incoraggiare la “rottamazione” precoce dei lavoratori». Il governo, comunque, lo spiraglio per un accordo sugli esuberi continua a lasciarlo. Ed è lo stesso Sacconi a ricordarlo: «Il ministero rimane interessato e impegnato a individuare soluzioni pragmatiche e insieme compatibili con l’interesse generale del Paese a razionalizzare il proprio sistema previdenziale, allungare la vita lavorativa e alzare i tassi di occupazione». I sindacati, intanto, sperano che la frattura tra Fiat e governo si ricomponga visto che «il botta e risposta di ieri danneggia ancora di più la situazione dei lavoratori a rischio di licenziamento», ha sottolineato la Uilm in una nota. Le stesse organizzazioni hanno invece accolto con sorpresa la decisione dell’azienda di avviare la produzione della Grande Punto a Mirafiori «non più tardi del settembre del 2006». La produzione anche a Torino della nuova vettura dovrebbe cominciare a settembre, per non fermare la linea della vecchia Punto che continua a mantenere un certo livello di domanda, ha spiegato in proposito Marchionne. «Realizzeremo in tutto 83mila Grande Punto entro fine anno - ha aggiunto il top manager - e alla scorsa settimana avevamo già raggiunto quota 74mila». Si è infine conclusa senza acquisti l’offerta dei diritti inoptati derivanti dall’aumento di capitale conseguente al rimborso del prestito convertendo Fiat. In Borsa il titolo torinese è tornato al centro dell’interesse: più 0,79%.