Ethan Coen Conversando in quel di Capri

Il regista mattacchione che ha sceneggiato «Fargo» racconta la sua storica passione per Primo Levi e quella nuova per lo «strambo» Italo Svevo scoperto per caso

Coen, Cunningham, Amis, McEwan, McCann, Palahniuk sono tutti uomini di Monda. Proulx e Messud, no. Loro sono donne di Monda, Antonio Monda, il creatore e l’anima del festival «Le Conversazioni» alla sua seconda edizione. Un anfitrione all’antica, questo Monda, il vero mattatore discreto che, con i suoi modi rassicuranti e mai sopra le righe, mette tutti a proprio agio. Il suo è un festival anomalo, proprio perché pensato per essere quello che ogni festival dovrebbe essere, ovvero un’occasione per sbriciolare la barriera tra artisti e pubblico. In una cornice modaiola come Capri? E perché no? Pazienza se tra i passanti si fanno notare anche delle potenziali, poco letterarie miss. Mica deturpano il paesaggio. Tanto per ribadire che a Capri non esiste solo il mare. Però, a dispetto di un’acqua cristallina e di un sole rovente, non vedremo l’algida Annie Proulx in bikini. Non credo che nessuno ci resterà male.
Il programma è serrato e intrigante. Eppure c’è chi vorrebbe portare gli organizzatori su una strada pericolosa, quella della omologazione con alcuni degli eventi-baraccone che spuntano come funghi nel nostro Paese. Serpeggiano domande come «Perché il prossimo anno questo festival non lo spostate in una località più grande e accessibile?» oppure «Non vi sembra che tutto questo ben di Dio letterario sia sprecato?» Siamo certi che Antonio Monda e la sua squadra di collaboratori entusiasti non si lasceranno fuorviare. In quale altro posto ti senti dire che un gruppo di appassionati lettori ha appena preso amabilmente il caffè con Jonathan Franzen oppure ti capita di vedere una coda di ragazzini con zaino e sacco a pelo che strappa l’autografo a un disponibilissimo David Foster Wallace? Cose impensabili, successe nella prima edizione de Le Conversazioni. Magari quest’anno sarà un po’ meno facile prendere un caffè con Annie Proulx, che è burbera e schiva. Magari il caffè non le piace nemmeno. Capri le piace, invece, altrimenti a un invito di un festival avrebbe risposto picche. Come fa quasi sempre.
Agli incontri, regna un’atmosfera rilassata. La cornice è quella mozzafiato della terrazza di Tragara. Tanto per intenderci, la terrazza naturale che sovrasta gli immortali Faraglioni. Tira una brezza piccante che, sul finire della chiacchierata, riuscirà a raffreddare gli animi. La gente è stata previdente e si infila il maglioncino. Anche le belle ragazze lo fanno. Evidentemente, non ci sono aspiranti veline. La vera starlet rampante rimarrebbe mezza nuda. Qualcuno se ne va in anticipo, ma senza certe espressioni schifate e scocciate che si vedono spesso ai festival. Insomma, meglio battere in ritirata che battere i denti.
Ethan Coen, invece, non batte ciglio, forse per via dei natali in Minnesota, uno degli Stati più freddi e nevosi degli Usa. Chi non ha tremato guardando il film Fargo? Meno male che Ethan ammette candidamente che, nonostante l’avvertenza secondo cui la trama era basata su fatti realmente accaduti, di vero nel film non c’era assolutamente nulla. Di verosimile invece sì, a cominciare dalla neve. Ethan, il più giovane dei due fratelli Coen (l’altro è Joel), ha fatto un percorso analogo a quello di un altro cittadino illustre, anzi illustrissimo, del Minnesota: Bob Dylan, anche lui figlio di una famiglia ebrea, cresciuto non lontano da Minneapolis, intrigato dall’arte e fuggito a New York a cercare e trovare la fama.
Secondo Ethan Coen, analogie da niente. Che si schermisca, il bravo sceneggiatore? Il sospetto c’è, visto che mentre il sottoscritto strimpella un classico di Mississippi John Hurt molto apprezzato da Dylan, Ethan sgrana gli occhi e chiede lumi, per poi citare a memoria uno stralcio della dylaniana With God on our side.
È rilassato Ethan Coen e si vede. L’impatto non era stato dei migliori. Mi era stato descritto come una persona modesta e disponibile. Si presenta quasi in tenuta da spiaggia e per giunta col fiatone, dopo essersi fatto la sfilza di gradini che scendono ai Faraglioni ed essere risalito all’albergo. Gli chiedo se mi concede cinque minuti del suo tempo e lui, senza smettere di rivolgermi il suo sorriso quasi bambinesco, scuote la testa. Ci siamo, penso. L’ennesimo personaggio tutto zucchero fuori e veleno dentro. Evidentemente, in Minnesota il linguaggio gestuale funziona alla rovescia. Coen è davvero cordiale e, notando lo sconcerto sul mio volto, si precipita a rassicurarmi: via libera. Se la sta spassando Ethan e, se non sapessimo che è lui la penna geniale che ha concepito alcune delle straordinarie quanto bizzarre storie dei Fratelli Coen, ci sorgerebbe il dubbio che abbia qualche rotella fuori posto. D’altra parte, mi rendo conto che la domanda «Come si trova a Capri?» sia così banale e abbia una risposta tanto scontata da suscitare la sua ilarità. Meno male che l’ho fatta a lui e non ad Annie Proulx. Mi avrebbe inchiodato con lo sguardo, gelido come il suo Wyoming.
Ethan si trova bene, benissimo, e me lo fa capire con un ampio movimento delle braccia, come per indicarmi che i Faraglioni sono stupendi, ma che anche il resto non scherza. In Italia ci è venuto in vacanza diverse volte. Gli piace il nostro cibo. Ma possibile che questi stranieri mangino tutti così male a casa loro? Gli piacerebbe lavorare nel Paese di Fellini e Bertolucci, che ammira, ma gli sembra improbabile, visto che i personaggi e le situazioni dei film che scrive sono intimamente americani. Però dice di aver riletto recentemente Primo Levi, a quanto sembra uno molto gettonato dall’altra parte dell’Atlantico. Decisamente meno prevedibile l’indicazione di Italo Svevo, pescato a caso in un aeroporto. Uno scrittore strambo, a suo dire. E se lo dice lui che si è inventato il Drugo Lebowski... A proposito, siamo un po’ tutti delusi. Non ci sarebbe dispiaciuto vedercelo spuntare davanti in ciabatte e accappatoio di raso, rayban scuri e dieci centimetri di barba. Ethan Coen se la ride di gusto. Sostiene che il Drugo farebbe un figurone a Capri e riuscirebbe a scroccare una cena a qualche riccastro. Evidentemente, una giornata sull’isola è bastata a fargli capire che aria tira.