Etnico, cyborg o rock duro ma solo in salsa romantica

Richmond mette le minigonne sotto i soprabitini anni ’50. AbSoul rilancia le «dive scalze» in stile Saint Tropez

Da zero a 350 milioni di euro in 10 anni. È la storia di John Richmond, stilista inglese che più «british» non si può e quindi legato a quell'estetica del rock duro e puro da cui la moda si sta per il momento allontanando in cerca piuttosto di dolcezza, colore e fantasia. Infatti tra le tendenze emerse dalle sfilate per la prossima primavera-estate che si sono concluse ieri a Milano, c'è la ricerca di un nuovo romanticismo, meno stucchevole e più moderno della marea di pizzi, fiocchi e falpalà. Oltre a questo serpeggia una sottile vena etnica che non ha nulla da spartire con il solito folklore da cui gli stilisti hanno sempre attinto a piene mani. Ebbene Richmond è riuscito a rileggere entrambi i trend a modo suo. Così sul chiodo di pelle bianca compariva un ricamo di romantiche pansè, mentre nella stampa zebrata sui deliziosi abiti da giorno in seta nera, si nascondevano le facce dei grandi interpreti della cosiddetta musica del diavolo: da Mick Jagger a Curt Kobain. Invece le classiche giacche a sacchetto oppure i soprabitini a trapezio cari alla grande tradizione sartoriale degli anni Cinquanta prendevano nuova forza sopra alle minigonne e ai jeans con le paillettes applicate al contrario: dappertutto tranne sulle stelle che a questo punto si trasformavano in una specie di motivo mimetico. Spettacolari tutti i modelli da sera tra cui un miniabito di pizzo ricamato a nastri (la tecnica si chiama «soutage» e richiede un gran lavoro) che componeva il disegno stilizzato di uno scheletro tribale.
«Bisogna sempre leggere oltre a quel che si vede» ha detto Saverio Moschillo, manager-imprenditore che supporta l'egregio lavoro di Richmond. Nel suo ruolo di vicepresidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, Moschillo sottolinea la necessità di un confronto propositivo tra addetti ai lavori: «Bisogna correggere il tiro - dice - imparare a far sistema e difendere a spada tratta il Made in Italy». Quindi respinge al mittente il luogo comune che da tempo circola nel mondo della moda: a Milano si fa il business, a Parigi ci sono le tendenze. In effetti da tre stagioni almeno le passerelle francesi sono propositive fino a un certo punto mentre sulle nostre emergono svariate novità. Per esempio in questi giorni ha sfilato Albino, uno dei nomi emersi dal concorso Who's on Next insieme con il bravissimo duo stilistico che sta dietro al marchio 6267. La collezione presentata da Albino era un trionfo di neo sartorialità, con costruzioni assolutamente innovative (ad esempio pieghe e tagli in sbieco per formare linee dritte) e sorprendenti accostamenti di colori come rosso e rosa spezzati da un grande fiocco nero. Anche Pierluigi Fucci ha fatto una seria ricerca sull'assemblaggio dei capi utilizzando addirittura i rivetti tipici dell'abbigliamento sportivo per fermare gli origami di piegoline dello spettacolare abito da sera appeso a un grande collare d'ispirazione Masai in rete di platino e cristalli. La serie di canottiere in seta sovrapposte una sull'altra con colori come marrone-totem, giallo zafferano e blu del cielo sudafricano erano una vera meraviglia. Molto interessante il lavoro sui tessuti di Malloni, con modelli in lino armaturato e verniciato, crine ricoperto da organza. La griffe AbSoul ha invece proposto una riedizione dello stile Saint Tropez, mentre per la linea I Classe di Alviero Martini che non è più dello stilista e tantomeno disegnata da lui, c'era una specie di inno alla leggerezza punteggiato, chissà perché, da un lungo monologo di Claudio Bisio sulle incongruità del mondo della moda che da oggi fino al prossimo 7 ottobre si sposta a Parigi.