Eto'o: da fenomeno a hooligan

Come Zidane con Materazzi, così il camerunense con Cesar. Per essere uomo non basta essere campione

Premessa: Samuel Eto’o è un fenomeno, dovunque abbia giocato e giochi, dal Real Madrid al Barcellona, dall’Inter alla nazionale del Camerun, è stato ed è ancora, un attaccante unico, esplosivo, veloce, tecnicamente eccelso, capace di colpi improvvisi e imprevisti. Accade poi, quello che è accaduto ieri a Verona. E non è la prima volta. Accade che, come in un dribbling improvviso, il flash accechi il suo cervello e che il fenomeno si trasformi in un hooligan qualunque, aggressivo e aggressore.

Nel maggio del duemila e otto Philippe Boney se ne rese conto personalmente. Boney non è un calciatore, come il brasiliano Cesar del Chievo. Boney è un giornalista africano di Radio Tiemeni Sianton, presente, insieme a molti altri, alla conferenza stampa della nazionale camerunense in vista della partita contro Capo Verde. I giornalisti, impossibilitati a seguire gli allenamenti e maltrattati spesso e volentieri dallo staff di Otto Pfister, l’allenatore della squadra, annunciarono, con un comunicato ufficiale, di abbandonare la sala in segno di protesta e così fu. Samuel Eto’o, dopo aver strillato «bastardi, farabutti, coglioni, non presentatevi più allo stadio!», si avvicinò a Boney, gli urlò qualche parola e lo colpi al volto con una testata cui fece seguito un pugno, il resto, altri cazzotti e calci, arrivarono dalle guardie del corpo del calciatore e della federazione. Eto’o chiese in seguito scusa, assumendosi le spese mediche del giornalista.

Si potrebbe citare anche una telefonata minacciosa e violenta fatta, dallo stesso calciatore, a una donna che era rimasta incinta dopo una relazione con il campione africano «se non abortisci ti ammazzo…» ma servirebbe soltanto a ribadire un concetto che spesso sfugge a chi è abbagliato dalla passione, dal tifo, dalla faziosità: il campione può avere una faccia imprevista, diversa da quella magnifica che mostra davanti al suo pubblico, con un gol, con una canzone, con un’orazione politica. E qui va anche letta la sua dimensione vera, la sua cifra di uomo oltre che di protagonista.

La testata di Eto’o a Cesar che, poco prima lo aveva a sua volta molestato e colpito, non è un episodio isolato, fa parte di un repertorio esistenziale e ha fatto tornare immediatamente alla memoria il fotogramma mondiale di Materazzi percosso da Zidane, un altro fenomeno che ha vissuto e ancora vive una doppia vita, fantastica quella professionale, ambigua e aspra quella personale. Basterebbe domandare a Besma Lahouri, la scrittrice francese autrice del libro «Zidane, una vita segreta» (la stessa autrice della biografia, non autorizzata, di Carla Bruni), le vicissitudini passate per la pubblicazione del libro, il furto del suo computer, le manovre per evitare la stampa del lavoro. Eppure Zidane gode di una pubblicità e di una stima che derivano dai suoi gol, dalla sua carriera, l’episodio di Berlino è ricordato come fotogramma isolato.

Enrique Omar Sivori, un altro fenomeno indiscutibile, fu detto cabezon per la dimensione della sua capa che spesso usava per farsi giustizia durante la partita, lasciando l’avversario sanguinante al volto sul prato di gioco, le trentatrè giornate di squalifica della sua carriera non misero all’ombra gol, tunnel, dribbling con la maglietta della Juventus, del Napoli, della nazionale italiana ma, ogni tanto, la sua parte selvaggia tornava a vincere.

Samuel Eto’o subirà una squalifica, si scuserà con Cesar, tornerà a segnare gol, come ieri stesso ha fatto. Il suo atto volgare verrà letto come un momento di rabbia. Già qualche opinionista in televisione, alla voce Mauro Massimo, ha voluto ridimensionarne la portata. Sono forse queste ultime, davvero, le piccole miserie del calcio.