Eugenio di Savoia condottiero da esportazione

Quattro navi da battaglia si fregiarono del suo nome, nel secolo scorso: una britannica, due della Kriegsmarine tedesca e un incrociatore leggero della Regia Marina italiana, l’«Eugenio di Savoia». La proporzione rispecchia la fama di questo principe italiano d’esportazione che sui nostri testi di storia si aggiudica qualche riga, ma in Austria gode ancora del ricordo popolare e dell’onore di una statua equestre in Piazza degli Eroi, a Vienna, con un’epigrafe dell’imperatore Francesco Giuseppe, «Al glorioso vincitore dei nemici dell’Austria». Soprattutto, i Turchi, che cessarono di essere un incubo per l’Occidente quando furono debellati a Zenta, sul fiume Tibisco, l’11 settembre del 1697, e nella presa di Belgrado, nel 1717, da questo condottiero che Napoleone annoverò tra i più grandi comandanti, con Alessandro, Annibale e Cesare, un gradino appena sotto se stesso.
Figlio di Olimpia Mancini, una mazarinette (le nipoti arriviste di Mazarino che con il Re Sole condivisero i giochi e, forse, le alcove) e di Eugenio Maurizio principe di Savoia, ramo Carignano, conte di Soissons, Eugenio nacque nel 1663 a Parigi dove visse iniziazioni squilibrate che lo portarono, narra Voltaire, a ubriacarsi di giorno con il commediografo Dancourt, per portarsene a letto la moglie di notte. Poco incline alla carriera ecclesiastica, si orientò alla militare, anche se i tacchi alti con cui cercò di potenziare la scarsa statura non ingannarono Luigi XIV, che gli rifiutò i gradi e, dirottandolo alla corte di Leopoldo I d’Asburgo, gli spianò la scalata ai vertici della strategia e della politica europee.
Dalla biografia di Franz Herre, Eugenio di Savoia. Il condottiero, lo statista, l’uomo, la sua figura riemerge muscolare e nervosa nello splendore del Settecento barocco e illuminista. Ci pare di rivederlo sguainare la spada istoriata dai motti «Non mi si sfoderi senza ragione», «Non mi si rinfoderi senza onore», nella corazza minuscola da cadetto, più che da generale (30 cm di spalle, per 40 cm di schiena), intaccata però da sette colpi buscati sul campo. Fu un genio della guerra, interpretata come strumento di equilibrio, con un’idea già vivida di Europa, un baricentro territoriale asburgico, sostenuto dagli antemurali marittimi d’Inghilterra e Olanda alleate. Onorò la pace con la magnificenza della cultura (frequentò Leibniz, assumendone ideali d’armonia), e la passione architettonica dei suoi castelli, il Belvedere viennese, il Ráckeve della Budapest danubiana, marmi e stucchi foggiati come un’immensa tenda dei sultani turchi da lui respinti. All’Italia delle origini lasciò il cuore, tumulato nella cappella di Superga, sacrario sabaudo.