Eugenio Scalfari? È un berlusconiano ma molto represso

Paolo carissimo, sfoggiando, senza pudore alcuno, ancora una volta l’ignoranza che lo contraddistingue, domenica, su Repubblica, Eugenio Scalfari confonde la vicenda storica di Napoleone col «bonapartismo». Dobbiamo ancora sopportare che un incolto di tal fatta, poggiando i propri ragionamenti sul nulla che ha in testa, si erga a maestro? Ti affido (posso?) il compito di dargli una durissima legnata!

Ma come si fa a essere così ignoranti? Non dico che la nozione di bonapartismo debba far parte del bagaglio culturale e politico dell’ultimo arrivato, di uno Spatuzza, mettiamo, o d’una non bella e non intelligente Rosy Bindi. Però, che diamine, un Fondatore, un Venerato Maestro, un Ccdn, ovvero Coscienza Critica della Nazione come Eugenio Scalfari certe cose dovrebbe saperle. Il passo incriminato - abbi pazienza, caro Mauro, lo riporto per i lettori che si guardano bene dall’acquistare La Repubblica - è questo: «Andrebbe storicamente ripercorso il bonapartismo perché rappresenta una vicenda per molti aspetti eloquente di come si passa da una fase rivoluzionaria ad una fase moderata e poi ad una svolta autoritaria». Fin qui tutto bene, ma cosa c’entra il bonapartismo con Berlusconi, immancabile bersaglio d’ogni scritto del Venerato Maestro? C’entra eccome, prosegue Scalfari, perché così come «il generale Bonaparte rappresentava un'anomalia rispetto al regime moderato del Direttorio», il Cavaliere «rappresenta una anomalia al vertice istituzionale dello Stato». Anomalia che nel primo caso, insiste a ruota libera Scalfari, si manifestò nel nefasto bonapartismo, processo degenerativo di una «fase moderata» che si verificherà, se già non è in corso, anche con l’anomalo Berlusconi. Orgoglioso d’aver architettato questa dotta e chicchissima antiberlusconata, il Venerato Maestro si presta poi gentilmente a spiegare cosa fu e perché fu il bonapartismo. Il Terrore, la vocazione autoritaria però non populistica, Napoleone visto come pacificatore, il 18 brumaio (quello del novembre del 1799, è bene precisarlo, poi si capirà il perché), il fratello Luciano, Marat... Scalfari non trascura un particolare del clima - così somigliante a quello che afferma d’aver sott’occhio qui in Italia - che sfociò, appunto, nel bonapartismo. Tutto bellissimo, tutto chiosato con grande mestiere e apparente padronanza della materia. Salvo che col bonapartismo Napoleone Bonaparte non c’entra un fico. Secco. Il concetto di bonapartismo fu elaborato nientemeno che da Carlo Marx, nel suo ben noto (ma non a Eugenio Scalfari) «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» e quel Luigi dice già tutto, dice che il bonapartismo è farina del sacco di Napoleone III (1808-1873), non di quello del nano di Ajaccio (1769-1821). E dunque niente ma proprio niente ha a che spartire con il Terrore, Robespierre, la vocazione autoritaria però non populista e il 18 brumaio, quello vero.
Che figura! Il Fondatore, il Venerato Maestro, la Ccdn che va a cadere, come una signorina Longari qualsiasi, sulla storia spiccia di Francia. Ma vuoi sapere una cosa, caro Mauro? Io penso che la cappellata di Scalfari abbia origine nel profondo del suo essere. La verità è che il Venerato Maestro è un fan del Berlusca. Ne parla male, lo bistratta e l’accusa d’ogni nefandezza, ma sotto sotto l’ammira, gli piace da matti. E dunque gli pareva riduttivo paragonare il suo idolo a Napoleone III quando aveva a disposizione il Napoleone tout-court, quello dei «rai fulminei», del «concitato imperio» e del «celere ubbidir». Ecco come è andata: il subconscio gli ha preso la mano rivelandolo per quello che è, un berluscones, il re dei berluscones, represso.
Paolo Granzotto