Eureka, gli italiani primeggiano a colpi di idee

Italiani, popolo di inventori. Ma anche di smemorati. Dimentichiamo infatti che alcune delle invenzioni più importanti e utili della storia le dobbiamo a nostri connazionali. A cominciare dall’ombrello, la pompa per gonfiare le gomme della bicicletta, la matita con il serbatoio per le mine di ricambio, la scatoletta utilizzata per i Tic-tac, la gruccia per appendere le gonne (quella con i due ganci alle estremità).
Il pro memoria ce lo fornisce Vittorio Marchis, autore di Centocinquanta (anni di) invenzioni italiane, Codice edizioni. Il libro ripercorre gli anni dell’Unità d’Italia dal 1861 a oggi attraverso 150 invenzioni, riportando i disegni originali depositati al Patent Office statunitense, che ha certificato i brevetti. Per ogni oggetto, una biografia, un’idea e un italiano. Una storia d’Italia tutta nuova e piena di sorprese. I nomi sono a volte noti, come quelli di Giugiaro e Olivetti, a volte lo sono molto meno. È il caso di Paolo Porta, Giovanni Gilardini, Alfredo Diatto o Tullio Gavagnin. Ma a sopravvivere, nella nostra vita quotidiana, sono le loro invenzioni: la scala allungabile usata dai vigili del fuoco, l’ombrello, il sistema di alimentazione per il tram elettrico, quello di locomozione del trattore. La lista però è lunga, ci sono anche la macchina per il controllo delle sigarette (è di Armando Neri), il dispositivo per cucire a macchina a zig-zag (Giuseppe Amman), persino una particolare pianta di Lampone chiamata Erika (Antonio Pititto insieme ad altri).
Vittorio Marchis è docente di Storia della tecnologia al Politecnico di Torino, ma soprattutto è un appassionato di invenzioni e un ammiratore della creatività degli italiani. Oltre che autore di libri e articoli è ideatore delle Autopsie di macchine, dove racconta in modo originale e accessibile come sono fatte le macchine, dalla lavatrice, alla bicicletta, alla macchina per scrivere, all’aspirapolvere.