Euro e petrolio, una volata senza fine

La moneta sfonda il muro di 1,50 dollari e il barile va oltre quota 102
dollari. Per le famiglie stangata di 920 euro

Milano - Le lancette valutarie si sono fermate a 1,5143: oltre un dollaro e mezzo per un solo euro, primato assoluto. Quelle petrolifere a 102 dollari il barile, mai così in alto neppure ai tempi del secondo choc energetico degli anni ’80. Una corsa doppia, senza freni, accompagnata dagli scatti da record delle altre materie prime (dal grano al cacao, dallo zucchero al caffè) e dalle preoccupazioni di segno opposto degli industriali italiani (moneta, energia e tassi troppo alti) e della Bce (inflazione elevata).

Lo sfondamento di nuove soglie di resistenza, rivelatesi inconsistenti come una porta di cartone, era nell’aria già da un paio di giorni. La debolezza ormai strutturale del dollaro, unita alla sottolineatura della Fed sulla necessità di ulteriori tagli del costo del denaro, ha spianato ieri la strada all’euro e al petrolio. Le attese di una riduzione della produzione Opec la prossima settimana (la Casa Bianca ha invocato un aumento dell’output) hanno contribuito solo in parte alla fiammata dei prezzi, appena stemperati nel pomeriggio dall’aumento delle scorte Usa: in realtà, le quotazioni iniziano a incorporare i rischi di cambio indotti proprio dal prolungato stato di crisi del biglietto verde. Il resto lo fa la speculazione, che secondo il presidente dei petrolieri Pasquale De Vita, continua a incidere sui prezzi per circa il 20%.

Il supereuro, almeno sotto il profilo energetico, è una sorta di paracadute: rispetto a un anno fa, la sua forza consente un risparmio di 10 euro il barile. Già nel 2007, la bolletta petrolifera aveva beneficiato di uno «sconto» di tre miliardi sempre grazie al cambio. Magra consolazione per le famiglie (i consumatori ipotizzano una stangata petrolifera di 920 euro) e per le aziende, in particolare quelle esportatrici. «La Bce deve essere più vicina al mondo delle imprese», ha detto ieri il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, che teme un’ulteriore perdita di competitività del made in Italy derivanti dal mix euro-petrolio. Anche l’Eurotower sembra condividere le inquietudini petrolifere degli industriali, ma per i prevedibili riflessi su un’inflazione ritenuta fuori controllo.
Alcuni analisti imputano il rafforzamento dell’euro al miglior stato di salute di Eurolandia rispetto agli Usa. Tuttavia, la stessa Bce si prepara a rivedere al ribasso la prossima settimana la crescita 2008, stimata nel dicembre scorso al 2%. «Ci saranno novità: rimanere fermi su quelle previsioni è difficile», ha spiegato ieri Lorenzo Bini Smaghi, componente il board dell’istituto».

E il Fondo monetario internazionale ha tagliato all’1,5% l’espansione per quest’anno della Germania a causa del rallentamento degli Stati Uniti, ma anche per l’ipertrofia dell’euro e per il surriscaldamento del greggio. In ogni caso, il prossimo 6 marzo la Bce lascerà ancora invariati i tassi: l’immobilismo dura da mesi, ed è riconducibile alla debolezza del ciclo economico in presenza di un’inflazione montante.

Con prospettive di politica monetaria ben delineate (mantenimento dello status quo nella eurozona, allentamento del costo del denaro negli Usa), secondo gli esperti è presumibile vedere l’euro collocarsi nel breve periodo tra 1,48-1,52 dollari. Sul petrolio, nessuno azzarda previsioni. Ma gli esperti sono ugualmente preoccupati dalla corsa del grano (più 140% dal giugno scorso), del cacao e del caffè (più 40% da dicembre 2007) e dello zucchero (più 30% in circa tre mesi). Una fuga in avanti che non sembra ancora conclusa.