EUROBUFALE A COMANDO

C’è sicuramente qualcosa di sinistro nella piccola grande guerra sul clima che Eurolandia ha scatenato contro il governo italiano, confermando l’ostilità manifestata fin da quando ha vinto il centrodestra. Probabilmente è soltanto una sorta di compensazione all’abulica e anoressica opposizione del centrosinistra, che non è passata inosservata anche all’estero. Oppure è semplicemente il Pd che spende le sue energie per mobilitare gli amici dell’internazionale socialista. Ma certo è che vedere il commissario di turno mettersi a recitare il ruolo di Di Pietro o, se volete, insufflare Veltroni su quali temi incalzare il governo Berlusconi, significa che la recente crisi ha unito l’Europa ma non l’Unione Europea. Eppure per burocrati, tecnocrati e manager sono tempi duri ovunque, tranne che nella Ue.
C’è sicuramente il trionfo della tecnocrazia nelle crociate che alcuni commissari europei regolarmente lanciano contro l’Italia di centrodestra. Il governo Berlusconi, infatti, non si era ancora insediato che già Bruxelles affermava: nessuno tratta male gli extracomunitari come voi. E poco importa se in prima linea, tra i giudici censori, ci fossero gli spagnoli, quelli che si sono resi famosi nel mondo per aver sparato alle zattere dei disperati. Gli italiani, invece, che hanno sempre salvato tutti, sono diventati criminali e omicidi. E va bene, dici, sarà un malinteso. Ma chiuso questo capitolo, subito se ne apriva un altro con le accuse di xenofobia. Poi sono arrivate altre cannonate. Come l’europarlamentare che ha accusato i nostri carabinieri di torturare i bambini rom. Oppure i frequenti interventi a supposta tutela della concorrenza. Le mille garanzie che si sono dovute dare su Alitalia. L’Italia è stata sul banco degli imputati quando gli aiuti di Stato erano ancora un tabù: ora gli effetti della crisi finanziaria l’assolvono con formula piena. E oggi l’ultima sul clima. Contestano i dati del governo italiano prima ancora che confutarne la posizione.
A mostrare il lato peggiore dell’Ue, quello che non convince anche i più fedeli seguaci dell’Europa unita è stato ieri il commissario all’Ambiente, il greco Dimas, già segnalatosi nella vicenda dei rifiuti napoletani. Per la gioia di Veltroni e compagni, ha negato l’esistenza delle cifre fornite dal governo italiano, dichiarandosi sbalordito. Mai quanto noi, però, quando abbiamo letto lo studio commissionato dalla Commissione europea all’Università di Atene che confermava i dati di Berlusconi. Veltroni, prima di ripetere il solito ritornello di un’Italia isolata, farebbe bene a leggerli tutti i documenti. Ma la cronica mancanza di argomenti, che lo costringe a rifugiarsi nell’insulsa polemica del Bagaglino, evidentemente deve avergli fatto dimenticare di essere italiano. Sì, perché la partita che si sta giocando a Bruxelles sul clima è una di quelle che penalizzano in particolar modo la nostra già malandata economia.
Dietro questo fuoco di sbarramento si indovina facilmente il fastidio delle burocrazie europee per un governo diverso e per una classe dirigente fuori dagli schemi. L’Italia era in conflitto con Bruxelles sui trattati internazionali e sembrava lei la cattiva. Ci avevano quasi convinto. Ci raccontavano che non potevamo essere gli unici a violare le regole che tutti si davano con mutuo rispetto e reciproco accordo. Peccato però che poi alla prima brigatista assassina che doveva essere estradata dall’Italia le leggi della nuova Europa si sono dissolte e ci hanno risposto picche. Perché in realtà dal pecorino di fossa ai mandati di cattura l’Europa dei funzionari cammina a sovranità alternata: siamo un unico grande continente quando a rinunciare all’autonomia è l’Italia, ritorniamo una confederazione di Stati con le loro gelosie e l’abbarbicamento al passato quando a cedere qualcosa devono essere gli altri. Ecco perché lo scontro sul clima non è un episodio e nemmeno una semplice questione di metodo. È solo l’ultimo anello di una lunga catena.
Salvatore Tramontano