Euroentusiasta a un bivio

Gli euroentusiasti Prodi e Padoa hanno ricevuto da Jean-Claude Juncker, Presidente dell’Eurogruppo, un avvertimento da cavar la pelle: «Lancio un appello all’Italia perché sia responsabile. Se l’Italia non riuscirà a ridurre in maniera sostanziale il proprio debito e non risanerà i suoi conti al più tardi nel 2010, ci saranno seri problemi anche per l’intera area euro». È la prima volta che una fonte ufficiale europea ammette apertamente che l’Italia è un rischio per l’intera eurozona. Il fatto è rilevante perché nel 2006, quando il Financial Times - commentando la prospettiva di vittoria elettorale della sinistra - scrisse che l'Italia rischiava di uscire dall'euro, il governatore della Bce, Trichet, ed altre élite europee negarono con forza tale ipotesi. In realtà la stavano analizzando con crescente preoccupazione dagli inizi del 2006. Ne ebbi la prova durante un convegno a Parigi quando Karl Otto Poehl, mitico ex-governatore della Bundesbank, mi confidò che secondo lui - ma era anche il pensiero dei suoi pari - verso il 2010 sarebbe stata inevitabile l'uscita dell'Italia dall'euro. Rimasi choccato, vista l'autorevolezza del personaggio, ma perplesso. Fin dal 1997, quando fu varato l'eurosistema, io e tanti ricercatori in svariati think tank ed università trovammo che quel modello avrebbe reso insostenibile la moneta unica alle economie europee più deboli ed ai sistemi di finanza pubblica meno ordinati. E ciò, per inciso, alimentò i miei articoli su queste pagine di allora che molti, evidentemente con meno risorse di ricerca a disposizione o più conformisti, definirono euroscettici. Ma mai pensai che l'Italia potesse essere sbattuta fuori dall'euro per il semplice fatto che se uno dei (grandi) Paesi membri va fuori finisce l'euro. Per esempio, immaginate un ritorno ad una lira supersvalutata in uno scenario dove l'Italia resta nell'area economica europea. Impossibile, noi cresceremmo grazie all'export competitivo più della Cina, ma gli altri europei dovrebbero chiudere le frontiere e farci la guerra per salvare il loro lavoro. In sintesi, se l'Italia non può stare nell'euro la soluzione non è la nostra uscita, ma il crollo dell'intero sistema della moneta unica e la rinazionalizzazione delle monete. Penso sia per questo che Juncker abbia detto che il rischio è anche per l'euro e non solo per l'Italia. E ha ragione: l'incapacità del governo di ridurre il debito ed il deficit, di aumentare via nuove regole la produttività e la crescita del Pil e di limitare la spesa pubblica prospettica e corrente, rende sempre più insostenibile l'euro per l'Italia e sempre più cancerogena l'Italia per l'euro stesso. Sul piano tecnico non è difficile rimettere l'Italia in ordine: abbattimento di una quota del debito via operazioni sul patrimonio, tetto alla spesa pubblica, riduzione delle tasse per stimolare la crescita. La cura c'è. Ma non potrà mai essere applicata da un governo influenzato dall'estrema sinistra. Mai. Quindi Prodi deve scegliere, ora prima che sia troppo tardi, se restare abbarbicato al potere rischiando di destabilizzare l'Europa intera oppure fare un atto di responsabilità, riconoscere che il suo tentativo di conciliare estrema sinistra e standard europei è infattibile e dimettersi. Se optasse, appunto, per la «responsabilità» gli daremmo alla fine della sua carriera politica la reputazione di statista che ha perso mentre la faceva.
Carlo Pelanda
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