Eurolandia finisce in zona recessione

L’affare Lukoil porterà in cassa 1,4 miliardi. C’è anche l’ipotesi di un extra-dividendo ai soci

da Milano

Prove tecniche di recessione. Eccola, la crisi che bussa alla porta di Eurolandia sotto forma di una contrazione del Pil pari allo 0,2% nel secondo trimestre, prima crescita negativa dal 1995 che getta ombre scure sul futuro, sulla capacità di risollevare la testa se non dovessero risolversi le aree di criticità ancora presenti (euro, petrolio, turbolenze dei mercati finanziari, consumi al palo).
Eurolandia è insomma stanca, sfiancata come un atleta fuori condizione. Rimane da gestire un’espansione dell’1,5% su base annua, ma la corsa fino al traguardo di fine 2008 è ancora lunga, forse troppo, per conservare il vantaggio. Contare sulla spinta delle maggiori economie dell’area? Difficile. Al passo indietro dell’Italia comunicato nei giorni scorsi (meno 0,3% il Pil tra aprile e giugno), si sono aggiunti ieri anche gli arretramenti della Francia (un inaspettato meno 0,3% al quale il governo cercherà, lunedì prossimo, di trovare contromisure) e soprattutto della Germania (meno 0,5%, una flessione meno accentuata rispetto al calo dell’1% del consensus degli analisti).
Amalia Torres, portavoce della Commissione Ue, non vuole tuttavia sentir parlare di recessione: «Credo sia un po' esagerato usare questa parola». La stessa Torres ha però ammesso che «ci sono rischi di un peggioramento della crescita» nei prossimi trimestri. È la stessa valutazione fatta dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, in occasione dell’ultima riunione in cui la banca centrale ha deciso di lasciare invariati i tassi al 4,25%. Se anche nel terzo trimestre il Pil registrasse una crescita negativa, l’euro zona si troverebbe, di fatto, in una situazione di recessione tecnica.
Nel Bollettino mensile diffuso ieri, Francoforte ha comunque confermato le stime di un aumento del Pil 2008 dell’1,6%, mentre il prossimo anno l’espansione non dovrebbe superare l’1,3%, una percentuale in calo di 0,3 punti rispetto alle precedenti previsioni. «Questa revisione al ribasso - spiega poi la Bce - rispecchia principalmente le attese di un rallentamento degli investimenti nell’area dell’euro per effetto di condizioni di finanziamento più restrittive, della flessione del mercato immobiliare e del protrarsi delle turbolenze finanziarie». Dipende inoltre da una crescita delle esportazioni «più contenuta a causa del rallentamento economico mondiale e del forte apprezzamento dell’euro» (sceso ieri sotto quota 1,48 dollari) e dai «timori per una contrazione dei consumi alla luce dei rincari dei prodotti energetici e del greggio».
Il tedesco Alex Weber, uno dei falchi della Bce, non è parso troppo preoccupato dalla frenata di Eurolandia («È una fase di economia contenuta, non si dovrebbe parlare di recessione»), preferendo spostare il tiro sui pericoli di ulteriore surriscaldamento dell’inflazione. Eurostat ha ieri rettificato al 4% (dal 4,1% della prima lettura) il dato sull’aumento dei prezzi al consumo in luglio; su base mensile, l'inversione di rotta è ancora più evidente: da giugno a luglio i prezzi sono scesi dello 0,2%. Ma per la Bce la sostanza non cambia: l’inflazione rimane il doppio rispetto al target di riferimento e va dunque combattuta. Anche perché le stime collocano il carovita al 3,6% nel 2008, 0,6 punti in più della precedente indagine, e al 2,6% nel 2009, dato rivisto al rialzo di 0,4 punti percentuali. Improbabile, dunque, che venga accolto l’invito del premier spagnolo Zapatero a tagliare i tassi.