Eurolandia frena, la Bce non fa niente

da Milano

Eurolandia è presa tra due fuochi - bassa crescita e alta inflazione - ma la Bce continua a guardare con preoccupazione solo a una parte dell’incendio. «La nostra unica bussola è la stabilità dei prezzi», ha ripetuto ieri per l’ennesima volta il presidente della banca centrale, Jean-Claude Trichet, qualche minuto dopo la decisione unanime di lasciare invariati i tassi al 4,25%.
Se dal fronte della politica monetaria non erano attese sorprese, con l’Eurotower coesa nel mantenere la strategia di wait and see verosimilmente fino a fine anno, le novità arrivano invece dalle nuove stime su Pil e inflazione. Condizionate da una variabile-chiave come le quotazioni del petrolio, il cui recente e rapido ripiegamento (dai 147 dollari di metà luglio agli attuali 110) non convince Trichet. La guardia resta dunque alta: «Continuiamo a tenere presente la possibilità di nuovi picchi dei prezzi petroliferi», ha spiegato il banchiere francese. Secondo il quale, oltre alle strategie messe in campo dall’Opec, sui prezzi esercitano pressioni anche i mercati finanziari, «dove gli investitori hanno deciso di diversificare» e orientarsi anche su petrolio e materie prime. Questa è la ragione di un andamento così frenetico dei mercati». Siamo insomma in presenza di un eccesso di finanziarizzazione estremamente pericoloso. Anche per gli stessi investitori, invitati «a non imbarcarsi in qualche nuova bolla speculativa».
Le ricadute più evidenti del caro petrolio riguardano però la crescita, che sta «probabilmente vedendo un picco negativo nel terzo trimestre. L'economia dell'eurozona - ha aggiunto il numero uno di Francoforte - sta attraversando una fase di crescita debole dovuta ai prezzi elevati delle materie prime che pesano sulla fiducia dei consumatori e sulla domanda, così come da un rallentamento degli investimenti». Disponendo dei pessimi dati del periodo aprile-giugno (meno 0,2%), da cui emergono in tutta evidenza le gelate di Italia, Francia e Germania, la Bce ha rifatto i conti per l’intero 2008 e anche per il 2009. Per quest’anno è attesa un’espansione fra l'1,1% e l'1,7% (contro l’1,5-2,1% delle stime di giugno), per il prossimo fra l'1,6% e l'1,8% (1-2%).
I tagli alle cosiddette staff projections sono stati robusti. Trichet ha cercato di minimizzare la portata negativa del secondo e terzo trimestre, considerati una «fase di passaggio», ma i mercati valutari hanno avuto l’ennesima conferma della debolezza dei Quindici e si sono comportati di conseguenza, spingendo l’euro a 1,4373, il punto più basso dal dicembre 2007, confortati dalle parole del Fondo monetario internazionale e del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, secondo i quali la moneta unica resta sopravvalutata nei confronti del biglietto Usa. Juncker ha aggiunto che il 10 settembre la Commissione Ue ridurrà la previsione sul Pil 2008, portandola vicino all’1%.
Ma per la Bce la vera spina continua a essere l’inflazione, rivista al rialzo: i prezzi aumenteranno quest’anno fra il 3,4% e il 3,6% (3,2%-3,6% in giugno) e fra il 2,3 e il 2,9% nel 2009 (1,8-3%), anche per il manifestarsi degli effetti di second round (rinnovi contrattuali) visibili, «ma non ampi, in quelle economie che hanno meccanismi di indicizzazione». Il cammino per riportare il carovita entro il parametro del 2% è peraltro lungo: «Arriveremo a garantire la stabilità dei prezzi nel corso del 2010, non intendo essere più preciso», ha detto Trichet che mai in passato si era sbilanciato sui tempi di rientro dalle tensioni inflazionistiche.
Più tranquilla appare invece la situazione del sistema bancario europeo, «che non sembra aver finora risentito del suo livello di capitalizzazione» come invece è accaduto dall’altra parte dell’Atlantico.