Eurolandia, l’Ocse vede nero Petrolio ancora in picchiata

I prezzi del greggio scendono fino a quota 105,46. Ed è polemica sulla benzina che continua ad aumentare

da Milano

Da una parte c’è l’America, ormai calata nella parte dell’Ercolino Sempreinpiedi: nonostante i cazzotti presi, non cade mai. Dall’altra c’è Eurolandia, che si scopre giorno dopo giorno più fragile, attratta dalla calamita della recessione e incapace di difendersi dall’inflazione. I mercati se ne sono accorti da qualche tempo, e questo cambio di prospettiva è ben visibile sia nella risalita del dollaro, con l’euro ricacciato ieri sotto quota 1,45, sia nella caduta delle quotazioni del petrolio, scese sempre ieri fino a un minimo di 105,46 dollari, il punto più basso dall’inizio dell’anno e lontano oltre 40 dollari dal record della metà di luglio.
Ora, però, anche l’Ocse ha deciso di ribaltare le proprie previsioni, assegnando al Vecchio continente il ruolo di cenerentola economica dopo la «brutta sorpresa» - così viene definita dal condirettore del dipartimento economico, Jean-Luc Schneider - del secondo trimestre, periodo in cui il Pil si è contratto dello 0,2%. L’organizzazione parigina ha così limato di quattro decimi di punto la stima sulla crescita 2008 dello scorso giugno, ridotta all’1,3%, mettendo in particolare nero su bianco la decelerazione subita dalle principali aree della zona. L’Italia è sostanzialmente in stallo (più 0,1% contro lo 0,5% previsto in precedenza), ma evidenti sono anche le revisioni al ribasso che hanno colpito la Germania (da più 1,9% a più 1,5%) e la Francia (da più 1,8% a più 1%). Al di fuori di Eurolandia, soffre la Gran Bretagna, dove il Pil 2008 crescerà dell’1,2% (contro il più 1,8% ipotizzato a giugno).
Colpita negativamente dalla mediocre performance di Eurolandia, l’Ocse è stata invece sorpresa in modo positivo dal colpo di reni degli Usa tra aprile e giugno: la crescita del 3,3%, favorita dal boom dell’export causa debolezza del dollaro, e dal piano di incentivi da 150 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Bush, dovrebbe permettere un’espansione quest’anno pari all’1,8% contro l’1,2% previsto in giugno. Resta tuttavia da verificare quale sarà la tenuta della locomotiva Usa nel secondo semestre dell’anno: il rafforzamento del dollaro avrà ricadute sul livello delle esportazioni del made in Usa, mentre ancora irrisolte appaiono le crisi del mercato immobiliare e del settore creditizio, dove le perdite e le svalutazioni hanno scandito anche le relazioni del terzo trimestre.
L’Ocse si mostra infatti prudente sull’evoluzione della congiuntura nella parte finale dell’anno («la profondità e l’ampiezza della crisi finanziaria sono ancora incerte»), e anche nel valutare i recenti cali dei prezzi del greggio, considerato che «sul fronte dell’offerta la situazione rimane tesa e questo contribuisce all’instabilità dei prezzi». Il rapido ripiegare delle quotazioni del greggio, favorito ancora dai minori timori legati all’uragano Gustav e al venir meno della possibilità di un utilizzo delle riserve strategiche, potrebbe tuttavia avere un impatto benefico sulla crescita economica e sull’inflazione. Con ricadute anche sulla politica monetaria. Domani la Bce lascerà i tassi invariati, ma i mercati cominciano ad accarezzare l’ipotesi di un taglio entro fine anno, mentre la prossima mossa della Fed sarà al rialzo; ciò spiega, in parte, il rafforzamento del dollaro sull’euro.
Sui prezzi dei carburanti è intanto polemica. Le associazioni dei consumatori accusano i petroliferi di non aver assecondato il calo delle quotazioni del greggio; sulla benzina, sostengono, esisterebbe oggi un sovrapprezzo di 7-8 centesimi di euro al litro. Un addebito respinto dall’Unione petrolifera, che ricorda come i prezzi dei carburanti scontino la ripresa del dollaro che, rispetto ai valori di aprile, può essere stimata in 4 centesimi euro/litro. Secondo Nomisma Energia, il prezzo alla pompa è tuttavia 4 centesimi sopra il livello considerato ottimale.